HENRI PIRENNE.
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STORIA D'EUROPA DALLE INVASIONI AL SEDICESIMO SECOLO.
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Parte 4.
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1991, 2006 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-2613-8.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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LIBRO OTTAVO. LA CRISI EUROPEA (1399-1459).
L'epoca del papato d'Avignone, del grande scisma e della Guerra dei Cent'anni.
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Capitolo primo. Caratteri generali del periodo.
1. Il movimento economico e sociale.
2. Il movimento religioso.
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Capitolo secondo. La Guerra dei Cent'anni.
1. Fino alla morte di Edoardo Terzo (1377).
2. Il periodo borgognone (1432).
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Capitolo terzo. L'Impero. Gli Stati slavi e l'Ungheria.
1. L'Impero.
2. Gli Stati slavi e l'Ungheria.
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Capitolo quarto. La Spagna. Il Portogallo. I Turchi.
1. La Spagna e il Portogallo.
2. I Turchi.
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Fine Indice.
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LIBRO OTTAVO LA CRISI EUROPEA (1300-1450). L'epoca del papato di Avignone, del Grande Scisma e della Guerra dei Cent'anni.
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CAPITOLO PRIMO Caratteri generali del periodo.
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1. Il movimento economico e sociale.
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Niente di più confuso, di più contrastato, di più fuorviante del periodo che va dall'inizio del quattordicesimo  secolo fin verso la metà del quindicesimo. Tutta la società europea, da cima a fondo, pare in fermento. Mentre la Chiesa, travagliata prima di tutto dall'esilio di Avignone, poi dal grande scisma, infine dalla lotta tra i papi e i concili, è scossa dalle convulsioni di cui le eresie di Wycliffe e di Giovanni Hus sono le manifestazioni più temibili; mentre la Francia e l'Inghilterra si fronteggiano e l'impero finisce di sgretolarsi in mezzo alle lotte tra dinastie rivali che si disputano la Germania; mentre l'Italia, più spezzettata che mai, assomma in sé tutti i tipi di Stato e tutti i generi di politica; mentre gli Stati slavi reagiscono all'urto germanico e lo respingono; mentre i Turchi, approfittando delle lotte intestine dell'Occidente, invadono la Penisola dei Balcani e prendono Costantinopoli, i popoli sono scossi da rivolte sociali, travagliati da infuocate lotte tra partiti o in preda a un malessere che si traduce ora in tentativi di riforma, ora nell'oppressione delle classi più deboli da parte delle più potenti. Ovunque regna l'agitazione, negli spiriti come nella politica, nella politica come nella religione, ed è un'agitazione che sembra assai prossima allo smarrimento. Si soffre senza poter andare avanti né tornare indietro. Perché il solo sentimento di cui si abbia chiara coscienza è quello delle proprie sofferenze. Se ne vuole uscire senza sapere come o per quale strada. Non si ha niente da sostituire alla tradizione che pesa addosso e di cui non ci si riesce a liberare. Per quanto vacillanti, le vecchie idee sopravvivono e le si ritrova ovunque, modificate, certo, o alterate, ma senza presentare sostanziali mutamenti. A farla breve, in questi centocinquant'anni Chiesa, Stato, organizzazione sociale ed economica rimangono, nei loro tratti fondamentali, quello che erano alla fine del tredicesimo secolo. Vale per loro quel che vale per l'arte e per la scienza. L'architettura gotica e la scolastica hanno ancora abbastanza forza da produrre opere interessanti, ma l'epoca dei capolavori è passata. Il lavoro, che appare dappertutto, provoca soltanto aborti. Si avverte chiaramente che il mondo aspetta un rinnovamento. Ma l'alba tarda a spuntare, nonostante si intraveda qua e là qualche chiarore. Gli uomini di questo tempo sono inquieti, tesi, infelici. Nessuno raggiunge la grandezza. Confrontiamo un Giovanni ventiduesimo o un Clemente settimo, con un Innocenzo terzo o un Bonifacio ottavo; un Carlo quinto con un San Luigi; un Carlo quarto con un Federico secondo! Personalità singolari o avvincenti, senza dubbio, ma di secondo piano, nessuna delle quali può passare per l'incarnazione del tempo, perché quel che manca in quest'epoca di instabilità è proprio un carattere che le appartenga, un ideale a cui si ispiri e che cerchi di realizzare.
Ciò che porta di nuovo e che a tutta prima colpisce, se lo si esamina con uno sguardo d'insieme, sono le sue tendenze rivoluzionarie che non trionfano da nessuna parte, ma si rilevano in tutti i campi. Lo Stato e la Chiesa non ne sono al riparo più di quanto lo sia la società. Tutte le autorità tradizionali vengono messe in discussione, attaccate: i papi e i re, così come i proprietari terrieri e i capitalisti. Le masse dimenticate del popolo che, fino a quel momento hanno sopportato o sostenuto il potere, insorgono contro di esso. Nessun'epoca come questa fornisce tanti nomi di tribuni, di demagoghi, di agitatori o di riformatori. Ma per il resto, in tutto questo non c'è intesa, non c'è continuità! Le crisi sono numerose e violente, ma brevi e sparpagliate, sintomi di un malessere sociale che tuttavia non viene avvertito dappertutto allo stesso modo e che si manifesta, secondo le regioni, in maniere diverse. Se si vuole coglierne il percorso e la portata, occorre osservarlo prima di tutto nei fenomeni più generali e più semplici della vita sociale, vale a dire nell'ordine economico.
Rispetto a quello che è diventato in seguito alla ripresa del commercio e alla nascita delle città, non presenta alcuna novità sostanziale.
Il quadro dell'Europa non si è allargato dopo gli insediamenti italiani in Oriente e la fondazione di città germaniche sulle coste del Baltico; la popolazione, tra la fine del tredicesimo e i primi anni del quattordicesimo  secolo, non aumenta più.
Venezia a sud, Bruges a nord, rimangono i due centri d'affari più attivi, la prima, punto di contatto dell'Oriente con l'Occidente, la seconda, del commercio del nord con quello dell'Italia. I Tedeschi del sud hanno il loro fondaco75 a Venezia, così come la Hansa germanica ha la propria agenzia commerciale a Bruges.
In Italia, si sviluppa un vero e proprio capitalismo, ostacolato però dalle rivendicazioni economiche sempre più serrate delle città.
L'industria tessile fiamminga a nord, quella fiorentina a mezzogiorno, sono sempre, come nel tredicesimo secolo, i due grandi centri industriali di esportazione per antonomasia. La lavorazione del cotone è appena agli inizi. Non si vede alcun progresso tecnico. Gli strumenti e i processi di lavorazione sono sempre pressappoco gli stessi usati nell'antico Egitto. Il barile per le aringhe, inventato in Olanda alla fine del quattordicesimo  secolo, sembra l'unica novità di un certo rilievo che si possa segnalare.
La circolazione, è vero, si è sviluppata. Se le vie di terra rimangono tutte ugualmente carenti, la navigazione acquista sempre più importanza: le imbarcazioni sono più grandi e fanno viaggi più lunghi. Dall'inizio del quattordicesimo  secolo, le galere di Venezia e di Genova arrivano fino a Bruges e a Londra. Lungo l'Atlantico, i Baschi e i Bretoni si danno attivamente al cabotaggio. I "Cogger" della Hansa sono ovunque, sul Mare del Nord e sul Baltico. L'Olanda e l'Inghilterra hanno ancora un'unica meta: la navigazione locale.
La circolazione del denaro è ancor più imponente di quella dei prodotti e delle derrate. Ciò dimostra che, dalla fine del quattordicesimo  secolo, il conio in oro è regolare in Francia, in Fiandra, in Inghilterra, in Polonia e in Ungheria. Sotto la spinta dei mercanti italiani, che l'avevano già perfezionato nel tredicesimo secolo, si sviluppa ulteriormente.
La cambiale con accettazione è della prima metà del quattordicesimo  secolo. Pegreni scrive la Pratica della Mercatura. La tenuta dei libri a partita doppia pare risalga al 1494, ma per quanto interessanti siano questi eventi, da soli, non possono segnare il punto di partenza di un nuovo periodo della storia economica. Tradiscono un'innegabile tendenza allo sviluppo del capitalismo, del commercio e degli affari, ma se si considera l'epoca nel suo insieme, si scopre senza difficoltà che uno dei suoi tratti più vistosi è l'ostilità al capitalismo, tranne che in Italia.
La ragione di ciò va ricercata nell'evoluzione della borghesia, di quella classe, cioè, nelle cui mani si concentra tutta l'attività commerciale e industriale. Salvo eccezioni assai rare, di cui Venezia è la più evidente, a partire dalla fine del tredicesimo secolo, in tutte le città la preminenza dei mestieri si sostituisce più o meno completamente a quella dei patrizi.
Se gli artigiani non arrivano a conquistare il governo politico locale, riescono almeno a sottomettere alla propria influenza l'organizzazione dell'economia municipale. Ciò equivale a dire che questa, dal controllo dei grandi mercanti, passa sotto quello dei piccoli produttori e che lo spirito che la anima subisce ormai una trasposizione analoga.
I mestieri quali appaiono all'origine, sono raggruppamenti liberi di artigiani che esercitano la stessa professione, uniti per la difesa degli interessi comuni. Per quanto riguarda lo scopo, li si può paragonare esattamente ai sindacati liberi dei nostri giorni. Quel che conta per loro è regolamentare la concorrenza. Ogni nuovo venuto, deve affiliarsi alla corporazione, pena il boicottaggio. Si comprende che cosa abbia dovuto creare, all'inizio, una simile situazione in termini di disordini e di lotte tra le confraternite sindacalizzate e i recalcitranti, che rifiutavano di sacrificare la propria libertà. Il potere municipale era interessato quanto gli artigiani a far cessare i disordini. Per questo, bastava dare ai mestieri riconoscimento giuridico, in altri termini, trasformarli da sindacati liberi in sindacati obbligatori, riconosciuti dall'autorità comunale. Gli esempi più antichi di questa trasformazione risalgono al dodicesimo secolo; all'inizio del quattordicesimo , è generalizzata e, dal momento che cause identiche producono ovunque identici effetti, ha fatto il giro dell'Europa. Ormai, in tutte le città, ogni professione è monopolio di un gruppo privilegiato di maestri. Possono esercitarla soltanto coloro che sono stati ufficialmente ammessi come membri del gruppo. Nei suoi tratti più importanti, l'organizzazione è identica dappertutto. Fra il métier francese, l'ambacht fiammingo, il craft inglese, l'arte italiana, lo zunft germanico, esistono soltanto differenze superficiali dovute alla diversità di costumi o al grado di autonomia di cui gode la corporazione rispetto al potere urbano. Presso i popoli di lingua romanza, così come presso quelli di lingua germanica, la sua natura è la stessa. Anche qui, come in tutti i fenomeni fondamentali della vita europea, l'elemento nazionale si limita alla forma; la sostanza è dovuta alle necessità che, in circostanze analoghe, si impongono alla natura umana.
Ovunque il mestiere possiede dei capi (decani, rappresentanti, winder, ecc.) investiti di un'autorità ufficiale; ovunque elabora i regolamenti professionali e ne sorveglia l'applicazione; ovunque gode del diritto di assemblea; ovunque è una persona morale che possiede una cassa e un locale comune; ovunque infine, i suoi membri si suddividono alla stessa maniera. Vi si entra come apprendisti, si sale quindi al rango di gregari e si arriva a quello di maestri.
Di regola, bisogna immaginare il maestro come il capo, proprietario di una bottega dove sono impiegati, alle sue dipendenze, uno o due gregari e un apprendista. Egli ci fornisce la configurazione più completa del prototipo dell'artigiano, vale a dire del piccolo produttore indipendente che lavora a domicilio. La materia prima che lavora gli appartiene e vende a proprio profitto esclusivo i prodotti che ne realizza. Borghesi della città e contadini della periferia: questi sono i consumatori che lo fanno vivere. La piccolezza della sua industria e del suo capitale è dunque proporzionata all'esiguità del mercato. Per poter sopravvivere, è importante che sia protetto contro la concorrenza, non solo quella esterna degli altri paesi, ma anche quella interna dei suoi colleghi. Ecco perché il mestiere viene legittimato prima di ogni altra cosa. Al fine di assicurare l'indipendenza dei maestri, esso ne limita e ne disciplina stranamente la libertà. La subordinazione economica di ciascuno è garanzia di benessere per tutti e da qui, le prescrizioni minuziose con cui si limita l'artigiano: proibizione di vendere a un prezzo più basso del tasso fissato dai regolamenti, proibizione di lavorare alla luce artificiale, di servirsi di strumenti inusitati, di modificare la tecnica tradizionale, di impiegare più operai di quanto non facciano i vicini, di far lavorare la moglie o i figli minori, e infine proibizione - e proibizione assoluta - di pubblicizzare e vantare la propria mercanzia recando pregiudizio a quella altrui. Così, ciascuno ha il proprio posto al sole, ma un posto rigorosamente circoscritto, da cui gli è impossibile uscire76. Del resto, nessuno pensa a farlo. Perché alla sicurezza dell'esistenza corrisponde la morigeratezza dei desideri. I mestieri hanno fornito alla piccola borghesia spazi che si adattano perfettamente alla sua natura. È certo che mai essa è stata tanto felice come sotto la loro egida. Per lei, ma per lei soltanto, essi hanno risolto la questione sociale. Proteggendola contro la concorrenza, l'hanno protetta al tempo stesso contro l'intervento del capitalismo. Fino alla Rivoluzione Francese, le piccole industrie hanno mantenuto una fedeltà ostinata a queste corporazioni che salvaguardavano così bene i loro interessi; poche istituzioni economiche sono state altrettanto tenaci.
La prima metà del quattordicesimo  secolo segna l'apogeo dei mestieri. Ma via via che si sviluppano, naturalmente, si palesano sempre più due caratteri essenziali della loro organizzazione, il monopolio e il privilegio. Ogni gruppo di artigiani si adopera per estendere il protezionismo di cui si circonda come di una fortezza. L'ammissione di nuovi membri si fa più laboriosa; l'apprendistato diventa più lungo e più difficile; l'acquisizione della "maestria" più costosa, tanto che il gregario povero non ha la minima speranza di riuscire a conseguirla. Incomincia a farsi luce una sorta di malthusianesimo industriale, che lascia il mercato locale nelle mani di un esiguo numero di maestri fra i quali la mancanza di concorrenza ormai non è altro che uno scotto da pagare allo sfruttamento del consumatore. Intorno al 1350, il fenomeno generalizzato dell'arresto della crescita della popolazione urbana, è dovuto certamente all'esclusivismo corporativo che, a poco a poco, rende impossibile alla gente di campagna stabilirsi in città. Ma anche nelle città, in seno alla borghesia, quante lagnanze non si levano! E quante poi da un mestiere all'altro, ognuno dei quali lamenta negli altri gli eccessi del monopolio che appare giustificabile solo alla propria categoria. E allora, la primitiva fratellanza tra gli artigiani cede il posto a un crescente contrasto tra maestri e gregari, ridotti sempre più al ruolo di semplici salariati. Scoppiano sommosse, scioperi, e in molti paesi si fondano le "corporazioni", associazioni di lavoratori unite per difendere i propri interessi contro i padroni. In breve, gli abusi sono così evidenti che, dall'inizio del quindicesimo secolo, qua e là si odono voci che si levano a reclamare l'abolizione dei mestieri e la libertà delle professioni.
La situazione è assai più grave nelle città sedi dell'industria tessile che, come Firenze in Italia, o le città fiamminghe e brabantine del nord Europa, possiedono una vera e propria industria dell'esportazione. L'organizzazione del mestiere, commisurata agli artigiani che vivono del mercato locale, è chiaramente impotente a soddisfare i bisogni di lavoratori che producono in massa per un mercato illimitato. Le è impossibile proteggere contro l'influenza del capitale, tessitori, follatori, tosatori, maestri o gregari, che brulicano per le viuzze di Gand, di Bruges e di Ypres, o per i vicoli del Lungarno. Qui, l'artigiano è necessariamente subordinato al grande mercante che gli ha fornito la lana, nelle cui mani ritorna il prodotto finito, dopo le varie lavorazioni a cui è sottoposto. Le apparenze esteriori sono le stesse degli altri mestieri: il lavoro a domicilio domina qui come altrove. Ma il maestro è ormai semplicemente un salariato, che a sua volta dà lavoro ad altri salariati. Si aggiunga a questo che gli operai dell'industria tessile, anziché ammontare a qualche decina di individui, come nelle professioni che soddisfano il fabbisogno della borghesia, contano centinaia e addirittura migliaia di lavoratori. Ma il grande commercio, che dà lavoro a tutte queste braccia, va soggetto a crisi. Basta che venga una guerra, perché l'esportazione delle lane inglesi sia vietata, e allora, ecco la disoccupazione, con tutte le sue miserie. Anche in tempi normali, le contestazioni sui salari non finiscono mai, sia tra i mercanti/imprenditori e i maestri di bottega, sia tra questi ultimi e i loro gregari. Così, la condizione dei lavoratori dell'industria tessile, nelle città dove questa alimenta un grosso volume d'esportazione, si avvicina a quella del proletario moderno. E sono proletari organizzati. Infatti, come gli artigiani propriamente detti, anche loro sono riuniti in corporazioni, corporazioni a cui le esigenze imprevedibili del grande commercio impediscono di dominare il mercato e di fissare prezzi e salari, ma che, quanto meno, danno loro la forza di opporsi a uno sfruttamento troppo violento e di aiutarsi a vicenda nei momenti di crisi.
Il risultato politico dell'organizzazione corporativa è stato naturalmente quello di togliere il governo delle città alle oligarchie patrizie che vi avevano dominato nel tredicesimo secolo. Non era più possibile che poche "schiatte" di proprietari terrieri e di mercanti, che occupavano un seggio nello scabinato o in consiglio, restassero, soli, arbitri di disciplinare l'industria e il commercio, di fissare le imposte, le prestazioni personali, e così via. Essi non abbandonarono il posto senza resistenza. Il loro governo che era stato, in tutta la forza del termine, un governo di classe, si ostinava a voler rimanere. Tutto il quattordicesimo  secolo è pieno delle lotte che "grandi" e "piccoli" si fecero gli uni contro gli altri, per il possesso del potere municipale. Si impone il confronto tra queste e quelle provocate nel diciannovesimo secolo, dal diritto di suffragio parlamentare. Da entrambe le parti, la massa, esclusa dal diritto di gestire i propri interessi, li rivendica accanitamente. La causa profonda di queste due crisi è la stessa. Poco importa che le abitudini, i sentimenti, le idee siano diversi: in fondo, quello che i patrizi difendono contro i mestieri è la stessa preminenza per la quale i parlamenti censuari dei nostri tempi hanno così a lungo e con tanta tenacia combattuto il suffragio universale. Tanto il quattordicesimo quanto il diciannovesimo secolo, sono stati scossi da capo a fondo dalla democrazia. Solo la democrazia dei nostri giorni appare come un regime che accorda un diritto politico a tutti i cittadini. In quei piccoli Stati che sono le città del Medio Evo, la concezione democratica si riduce in proporzione; ha le dimensioni dei confini della città. E non poteva essere diversamente. La società è troppo frammentata, troppo piena di contrasti, troppo circoscritta, perché il sentimento della libertà universale possa farvisi luce. La città è un piccolo mondo chiuso, che vive per sé, indifferente ai sentimenti e agli interessi delle classi che le sono estranee. L'artigiano è rigorosamente borghese quanto il patrizio, chiuso quanto lui a tutto ciò che non vive nel suo comune. Ignora lo spirito di proselitismo livellatore, indifferente tanto ai gruppi locali quanto alle classi giuridiche, che lo spettacolo delle moderne democrazie ci ha abituato a considerare inerente a qualsiasi regime popolare. In fondo, la democrazia, così come la concepisce l'artigiano, non è altro che una democrazia di privilegiati, perché anche la borghesia, in confronto alla gente di campagna, è una classe privilegiata.
Del resto, il regime democratico puro ha potuto trionfare solo in poche città. Il più delle volte, si è arrivati a dei compromessi. Il patriziato, spontaneamente o sotto la pressione della sommossa, ha fatto spazio ai mestieri, e sono entrate in vigore alcune costituzioni, le cui innumerevoli differenze di dettaglio non impediscono di dire che la loro caratteristica fu per lo più quella di organizzare una sorta di rappresentanza degli interessi. Poiché gli interessi a confronto si equilibrano a vicenda, queste costituzioni, in genere, si irrigidiscono nell'immobilismo. Certo è, che la legislazione urbana è stata molto più attiva e innovatrice nel tredicesimo che nel quattordicesimo  secolo. Le democrazie di questi piccoli borghesi privilegiati si caratterizzano per l'egoismo, il protezionismo. La politica urbana là dove, come in Francia e in Inghilterra, non è costretta a tenere conto dello Stato, diventa ancor più esclusiva di quanto non lo fosse prima. Il suo scopo è quello di realizzare la libertà politica completa, la città libera, come in Germania. Il movimento economico ne risente al pari di tutto il resto. Il capitale, accerchiato da una legislazione diffidente e pignola, non può svilupparsi che al di fuori di essa, nell'ambito del commercio interlocale dove essa non arriva. È qui che si costruiscono ancora certi patrimoni che però sembrano meno frequenti che nel secolo precedente. Il patriziato locale cessa di svolgere un ruolo nello sviluppo del capitalismo e diventa una classe di gente che vive di rendita. Al suo fianco, appaiono uomini nuovi che tentano di capovolgere le regole del protezionismo, la cui influenza si potrà studiare soltanto nel periodo successivo.
Ma non tutte le città presentano lo stesso modello organizzativo e lo stesso spirito. Non tutte sono dominate dalla piccola borghesia, e là dove l'industria dell'esportazione dà vita a un proletariato, lo scenario è diverso. Le agitazioni della democrazia fiorentina ne sono, in Italia, l'esempio più evidente. Qui, infatti, il regime dei mestieri non può instaurarsi in maniera semplice come accade altrove. Il gruppo degli artigiani della lana e di altre industrie d'esportazione è troppo forte. Gli occorre un posto speciale. Infatti, a partire dal 1282, la costituzione esclude la nobiltà dal governo di Firenze e chiama al potere i sei priori dell'arte78, scelti tra i dodici grandi mestieri - uno per ciascuno dei sei quartieri della città - che cambiano ogni due mesi. È un governo di mercanti e di fabbricanti, il governo del popolo grasso79. Ma il popolo minuto80 è socialmente oppresso. Nel 1341, appoggia Gualtieri di Brienne che rovescia i plutocrati al governo e si impone come tiranno, per essere scacciato due anni dopo. Il popolo grasso riprende allora il potere. Nel 1378 viene violentemente rovesciato dalla rivolta democratica dei Ciompi81 capeggiata dai mestieri della lana, ma ritorna al potere nel 1382.
Lo stesso accade nelle città fiamminghe. Dall'inizio del tredicesimo secolo, i tessitori e i follatori si lamentano oppressi dal patriziato che si appoggia alla Francia. La battaglia di Courtrai è in realtà una vittoria sociale degli artigiani. Ma il nuovo regime, che poggia sugli operai della lana, non può reggere. Per forza di cose, gli artigiani ricadono sotto i mercanti. E per tutto il quattordicesimo  secolo è un continuo di agitazioni e di convulsioni. Gli operai vagheggiano un comunismo impossibile. Tra i rivoltosi di Wat Taylor ci sono tessitori fiamminghi. Più tardi, se ne trovano fra gli Hussiti, nella setta degli Adamiti. Soprattutto Gand, dove i tessitori sono più numerosi che altrove, si distingue per la sua cupa determinazione. Sotto Luigi di Maele la loro audacia raggiunge il parossismo. Per dieci anni, attraverso peripezie strabilianti, tengono testa al principe, alla nobiltà, alla "brava gente che ha tutto da perdere". Da ogni parte, quelli che soffrono volgono gli occhi verso di loro. A Parigi, a Rouen, si grida: "Viva Gand!" Sembra che minaccino ogni ordine sociale e il re di Francia deve muoversi per infliggere loro una terribile sconfitta a Roosebeke (1382). Nel quattordicesimo  secolo, i tessitori di Gand sono stati certamente i più accesi protagonisti della democrazia. Ma il loro slancio non poteva avere buon esito. Era impossibile che sfuggissero al capitalismo di cui soffrivano. Le sue cause erano al di là della loro portata. Si risollevano continuamente, e continuamente vengono abbattuti. Gli altri mestieri si rivoltano contro di loro. I follatori, ancor più poveri, che essi opprimono, fanno causa comune con i loro nemici. Il risultato è che i mercanti e la gente d'affari si volgono verso i principi e cercano di trasferire l'industria dalle città alla campagna.
Mentre all'interno le città sono così agitate o trasformate, all'esterno acquistano un'importanza politica che non hanno mai avuto in nessun'altra epoca, e che a dire il vero, non hanno cercato. Le spese crescenti che la guerra - sempre più costosa via via che i mercenari e le flotte vi svolgono un ruolo più importante - impone allo Stato o ai principi, costringono questi ultimi ad alimentare il proprio patrimonio con nuove fonti di reddito. Le antiche entrate non bastano più. Si possono ottenere prestiti dai banchieri italiani, e non ci si astiene dal farlo, ma ciò comporta obblighi onerosi. Si possono alterare le monete, ma anche questo è un espediente pericoloso. Decretare una nuova imposta è impossibile; tutt'al più si possono creare nuovi telonii. Allo Stato giuridico del Medio Evo manca l'assolutismo finanziario. In queste condizioni, si può fare una cosa sola, rivolgersi al Terzo Stato, vale a dire alle città, chiedendo loro di allentare i cordoni delle borse. Le città sono disposte a pagare, ma esigono garanzie. Lo Stato non sa far altro che spendere, e non sa ancora crearsi delle risorse. Dipende completamente dalle imposte che però lo esauriscono. Dall'inizio del quattordicesimo  secolo, la necessità di riscuotere imposte domina la politica del principe e lo costringe a cedere alle rivendicazioni delle città e degli Stati che gli strappano privilegi o arrivano addirittura a pretendere di dividere con lui il potere; nel ducato di Brabante la Charta di Cortenerg, la Charta vallona, e infine, la Felice Entrata; la Pace di Fexhe nel Paese di Liegi; la costituzione dei Membri di Fiandra nella contea di Fiandra, non hanno altra origine; in Francia, provocò i disordini dell'epoca di Etienne Marcel. Gli Stati generali del 1355 cercano di limitare i diritti della corona; nel 1413, i mestieri di Parigi impongono al re l'Ordinanza dei Cabochiens82; in Inghilterra, l'influenza delle città nel Parlamento non fa che aumentare. Il quindicesimo secolo è l'epoca in cui la borghesia inizia a svolgere un ruolo politico in quanto classe. Prende posto accanto al clero e alla nobiltà83. Anche in Aragona, sotto Pietro quarto (1336-1387), le città si impongono alla corona. Che i balzelli provengono dalle città, lo si vede in Spagna dove, sotto Alfonso undicesimo di Castiglia (1312-1358) la guerra contro i Mori induce Burgos all'alcalaba, in seguito esteso a tutto il regno.
I bisogni finanziari dei principi hanno fatto del quattordicesimo  secolo un secolo di parlamentarismo, o, se si vuole, di classi sociali, o Stati. In Belgio, in tutte le province il Parlamento si riunisce una volta all'anno. In Francia, gli Stati Generali si impongono, nonostante l'avversione della corona. E ogni riunione di Stati è sempre in favore del Terzo Stato. Solo lui sostiene l'istituzione e ne approfitta, perché dispone delle finanze. E lui solo pone condizioni ed esige garanzie.
Ma, a sua volta, non è altro che una classe di privilegiati, e sotto di esso, è la maggioranza della nazione, il Quarto Stato, di cui non si parla, a portare il peso. Certamente, dal quattordicesimo  secolo, la sua condizione è molto peggiore di quanto non lo fosse stata nei due secoli precedenti. Si è visto come la nascita delle città, sconvolgendo l'organizzazione economica delle campagne, avesse infranto il regime del feudo e notevolmente affrancato terre e uomini. Le classi rurali danno allora prova di una singolare energia. Si dissoda la terra, si emigra, la popolazione aumenta rapidamente. Ma tutto questo si interrompe durante la prima metà del secolo. L'emigrazione non fornisce più sbocchi: i posti sono tutti occupati (in Germania orientale) e le città chiudono i battenti. Le tasse sono più pesanti e non fanno che aumentare. Inoltre, c'è sovrabbondanza di manodopera e quindi la situazione dei contadini è peggiorata. La nobiltà ne approfitta per tentare di ristabilire i propri antichi diritti feudali e, in generale, per sfruttare il contadino con il quale non ha più i rapporti patriarcali dell'epoca feudale. Nella Fiandra marittima, una terribile rivolta infuria dal 1324 al 1328. I contadini braccano i cavalieri, rifiutano il pagamento delle decime. Un vero e proprio odio di classe si fa strada nel Kerelslied. Questo terribile fermento termina con il massacro di Cassel e confische in grande. In Francia, la rivolta detta dei Jacques, nel 1357 - ammesso che sia in parte il risultato delle miserie portate dalla guerra - tradisce anche tra le masse rurali e la nobiltà un'ostilità profonda, che deve avere cause più generali. La rivolta inglese del 1381, sulla quale siamo meglio informati, ha origine nella tendenza della nobiltà a tornare alle vecchie corvè per eludere il rialzo dei salari, conseguenza della peste nera. In Germania occorrerà attendere l'inizio del sedicesimo secolo per trovare un movimento analogo. Dalla fine del quattordicesimo  secolo, dunque, la condizione dei contadini peggiora a vista d'occhio, a quanto pare, soprattutto nel sud. La nobiltà approfitta del loro bisogno di terre per opprimerli84.
Incomincia a diffondersi un atteggiamento di disprezzo per il contadino considerato un ilota, che non fa parte della società. Nel quattordicesimo  secolo non si trovano più documenti di franchigie rurali, se non in qualche paese di nuova formazione, come l'Olanda del nord. Le città, quindi, tiranneggiano le campagne, cercando scrupolosamente di sopprimerne tutte le industrie. Nel quattordicesimo  secolo, Gand non fa che organizzare continue spedizioni per distruggere i telai e le vasche per la follatura nei villaggi e nei borghi rurali. E i monasteri non danno più ai "villani" l'antica protezione sociale, ma contribuiscono alla loro miseria, esigendo da loro le decime.
Quanto alla nobiltà, anch'essa subisce una grave crisi. Conserva le vecchie forme della cavalleria, dove però non c'è più lo spirito, che è venuto meno nel momento stesso in cui sono finite le Crociate. Dell'antico idealismo, non vedo bene che cosa resti, se non una galanteria formale. La fedeltà al signore non è più altro che una parola. Ora, la cosa più importante per il cavaliere, è il feudo. L'omaggio, questa bella parola, per lui ha ormai soltanto il valore di un atto amministrativo. Quel che resta, è il carattere militare della classe nobile, che spesso, però, assume l'aspetto di un servizio militare mercenario. Dall'inizio del quattordicesimo  secolo, i cavalieri delle sponde del Reno, dell'Austria, dello Hesbaye, si offrono dietro compenso ai re di Francia. Si vedono comparire cavalieri erranti che combattono ovunque e per qualsiasi causa, e che Froissart ha descritto in gran numero. Sono militari di professione non molto diversi dai condottieri85, briganti, soldati di ventura, per i quali la guerra è una professione lucrosa. Dugueselin, uno di questi cavalieri più tipici, è un autentico soldato. La letteratura delle chansons de geste si interrompe o si ripete. Le letture di questa gente sono racconti di guerre, fatte per qualsiasi ragione, per chiunque, con buoni profitti, feste, donne, come li narra Froissart. In fondo, sono avventurieri, per lo più assai crudeli, ancorché coraggiosi. E sono anche degli sportivi: pensate ai tornei, alle cacce all'uomo, l'inverno, in Lituania, o a una spedizione come quella di Nicopoli, dove si faranno sconfiggere dai Turchi (1396). Faranno anche il torneo di lancia a Granada.
Là dove i costumi si sono conservati più brutali, come in Germania, la situazione è assai peggiore. Il Raubritter, sorta di bravo, si serve del pretesto delle fehden (guerre private) per taglieggiare i dintorni, bandito feroce con i mercanti, tiranno del villaggio per i contadini che abitano ai piedi del suo borgo, ma che fugge davanti agli Hussiti o ai contadini svizzeri.
Non è più questa nobiltà militare a vincere le battaglie. L'artiglieria, che incomincia a farsi sentire a Crécy, svolge ancora un ruolo secondario nelle campagne militari, ma la fanteria riprende poco a poco il posto perduto dall'epoca carolingia. È la fanteria che a Courtrai distrugge la cavalleria francese, che dal 1315 riporta le vittorie svizzere, che fa la forza dell'armata inglese di cui forma le compagnie di arcieri, ed è sulla fanteria che poggia la tecnica di Giovanni Ziska, alla testa degli Hussiti. Così, il ruolo della nobiltà e della cavalleria, nonostante le apparenze, si va sempre più riducendo. È assai significativo il fatto che la figura militare più pura del tempo, Giovanna d'Arco, sia una contadina. E se dal punto di vista militare, la nobiltà è in regresso, non si distingue però neanche in altri campi. Il suo ruolo governativo è inesistente. Non si coltiva più di quanto facesse un tempo. Evidentemente, i servizi che rende non corrispondono alla posizione che occupa. E ciò è tanto più sorprendente, in quanto la situazione è più vantaggiosa che mai. L'alto clero, i capitoli, diventano monopolio di cadetti di famiglia. Il carattere democratico della Chiesa scompare. Pensate a canonici come Jean le Bel e Froissart, a vescovi come Adolfo de la Marck! Il risultato è una decadenza enorme della scienza e dei costumi dell'alto clero, un clero che è diventato mondano, che segue le mode.
A ben guardare, non si riscontra forse, presso la nobiltà in generale, una tendenza analoga a quella che si rileva presso il patriziato della borghesia? L'una e l'altro hanno cessato di evolversi; si siedono, per così dire, sulla posizione acquisita. Loro unica preoccupazione è conservare privilegi e beni. Non hanno più idealismo, e ben poca abnegazione. Penso ai grandi esempi di dedizione dell'epoca: i borghesi di Calais, Etienne Marcel, van Artevelde; non c'è un nobile, tra loro. Un Simone di Montfort (l'inglese), un Villehardouin, un Joinville, nel quattordicesimo  secolo, non si incontrano più. Le usanze sono coperte di una patina d'eleganza; di fondo, sono grossolane. Basta leggere Froissart per vedere come questi nobili amino soprattutto il denaro. Sono gaudenti alquanto brutali. Non uno di loro si distingue per devozione o per altruismo. E parlo, qui, di coloro che partecipano all'evoluzione del mondo. Gli altri vanno a caccia, amministrano i propri beni e opprimono i contadini. Stupisce constatare a qual punto questa nobiltà, così numerosa nel quattordicesimo  secolo e all'inizio del quindicesimo, sia sterile.
Un nuovo strato inizia quindi a stendersi sul vecchio ordine feudale e cavalleresco. Il quattordicesimo  secolo vede formarsi i primi lineamenti di quella che si potrebbe chiamare la nobiltà di corte. Non ve n'è traccia nel tredicesimo secolo. Senza dubbio, l'entourage del re, allora come da sempre, è composto di nobili. Ma la loro posizione è indipendente dalla corte. Sono presenti come compagni del re. Non fanno parte della sua casa. C'era una famiglia reale all'epoca franca, miscuglio alquanto confuso di notabili e di servitori, di cui i grandi dignitari della corona avevano conservato il nome. Ma da quando la monarchia è diventata forte, sono scomparsi, o si sono trasformati in funzionari o in personaggi d'apparato. L'ereditarietà delle cariche che li legava al re non c'è più. La loro evoluzione è stata quella di servitori regi non liberi, trasformatisi, all'epoca feudale, in grandi personaggi ereditari, per scomparire al momento del ricostituirsi del potere regale. Ma la monarchia forte che, dal dodicesimo secolo, ha eliminato l'antica corte, doveva crearsene una nuova.
Il nucleo di questa nuova "corte" non mi sembra nobile, bensì plebeo: consiglieri, servitori per l'argenteria, il guardaroba, e così via, e qualche uomo di chiesa. Ma è mai possibile che il re sia circondato da plebei? La corte è un luogo di nobiltà. Il re si mette dunque a distribuire titoli nobiliari a dignitari e funzionari. Nobiltà nuova, del tutto diversa dall'antica cavalleria militare. A darne titolo sono ora il servizio civile e l'intelligenza o la cultura, più che il servizio militare e il coraggio. E questa nobiltà nuova dipende esclusivamente dai sovrani. In origine, ogni cavaliere poteva "armarne" un altro. Nel quattordicesimo  secolo, non è più così. Il re è l'unico principio da cui trae origine la nobiltà, e lo sarà in maniera esclusiva fino alla fine dell'Ancien Régime. Chiunque diventi nobile, dalla fine del tredicesimo secolo, lo diventa solo per opera sua. I nobili di toga si fanno largo accanto ai nobili di spada: tali, il cancelliere Rolin, Jacques Coeur e tanti altri.
Siamo di fronte a un fatto nuovo di portata sociale enorme che, a mio avviso, ha salvato la nobiltà che tramontava come casta militare, e che non poteva arricchirsi perché formava una casta giuridica sempre più chiusa. Grazie a questi ultimi venuti, le sue file si ingrossano di nuove reclute, in genere assai ricche, perché partecipano al governo. Le disprezza, ma sono loro che la salvano.
Anche qui, ritroviamo l'influenza della tradizione. Per formazione e mansioni, la nobiltà di toga è una sorta di clero laico. Non ha niente a che vedere con l'antica nobiltà tra le cui file prende posto. Perché entra a farne parte? Perché per lei, nella società del tempo, non c'era altro posto. Venendo a corte, non poteva rimanere a far parte della borghesia che avrebbe continuato a darle direttive e ad allontanarla dal principe. E allora? Entrare nel clero: qualcuno lo ha fatto e per ricompensa vi ha trovato una diocesi o un cappello da cardinale. Ma per gli altri, non c'era altro che la nobiltà, in questa società dove il ceto plebeo era formato soltanto dai contadini. Così, per un processo necessario ma non naturale, l'alto personale governativo è venuto ad aggiungersi, come un complemento, a una classe di origine puramente militare, confondendo con le sue, le proprie abitudini sociali e i propri interessi. Per di più, la nobiltà ha assunto un assetto più ampio. Comprende oramai tutta l'élite. Si era uomini rispettabili soltanto se si poteva dire di appartenerle. Le conseguenze di ciò, nel quattordicesimo  secolo e all'inizio del quindicesimo, si notano ancora poco. Ma sarebbero state incalcolabili più tardi, e molti Stati dei nostri giorni non se ne sono ancora liberati. Il Rinascimento non ha avuto la forza di disgregarne il blocco. Perché questo accadesse sono state necessarie le democrazie moderne. Per quanto profonda l'azione della borghesia, nello Stato, per tutta la durata dell'Ancien Régime, è la nobiltà a conservare il primo posto, da un punto di vista sociale, e tutto quello che viene fuori dalla borghesia cerca di entrare a farne parte.



2. Il movimento religioso.

Il tredicesimo secolo ha visto la Chiesa cattolica raggiungere l'apogeo. Essa fornisce lo spettacolo grandioso di un governo dotato di tutti i suoi organi, così forte non solo da resistere vittoriosamente agli attacchi che gli vengono diretti contro, ma da uscirne, ogni volta più potente. La forma di questo governo è una monarchia che ricorda molto da vicino l'impero romano, dove è nato e di cui ha conservato la capitale, la lingua e, con le necessarie varianti, il diritto e le tradizioni amministrative. E, come nell'impero romano, anche il suo capo, il papa, è posto al di sopra del resto degli uomini, personaggio sacro, i cui ordini sono legge e che non può essere giudicato da nessuno. Non è ciò, tuttavia, che dà al papato la sua straordinaria vitalità. Questa gli viene dalla comunità dei fedeli che gli accorda la sua adesione entusiasta, che vive in comunione con la Chiesa attraverso la fede e dal cui seno riceve continuamente un flusso di forze fresche, fonte di perpetua giovinezza. La devozione fa scaturire continuamente dal seno delle masse nuovi ordini monastici, che rispondono ai bisogni di ciascuna epoca, i quali, sottomessi alla sua guida, le forniscono l'esercito spirituale di cui ha bisogno per disciplinare o difendere la Chiesa: Cluniacensi nell'undicesimo secolo, Cistercensi e Premonstratensi nel dodicesimo, Francescani e Domenicani nel tredicesimo. Contro l'eresia, il papa ha la propria polizia, l'inquisizione, e basta che chiami in aiuto i popoli perché immediatamente migliaia di difensori dell'ortodossia si lancino al massacro degli infedeli. Infine, tutta l'istruzione dipende da lui; la scienza delle università obbedisce al suo impulso non meno dello zelo dei religiosi.
Ma è evidente che, verso la metà del tredicesimo secolo, ha raggiunto il massimo del potere che infatti cessa di accrescersi e ben presto, declina. Come abbiamo visto, la causa principale di questo declino va attribuita all'atteggiamento che la società laica ha assunto nei confronti della Chiesa. Da una parte, gli Stati nazionali, per bisogno d'indipendenza, si scuotono di dosso la tutela del papato; dall'altro, i popoli più attivi, più laboriosi, più presi dal pensiero dei propri interessi economici, diventando insensibili all'idealismo ingenuo delle Crociate, incominciano a sottrarsi anch'essi alla guida esclusiva della religione. Evidentemente, la Chiesa cessa di essere, per i suoi fedeli, l'unica maestra o, per meglio dire, la presa che esercitava sulle anime non è più senza rivali. La sua autorità non è più onnipotente perché essa non si impone più in maniera naturale a tutta la vita politica e a tutta la vita sociale. C'è come uno slittamento delle anime che, senza volere e senza accorgersene, si allontanano da lei. E neanche lei se ne accorge. Se la sua forza morale e la sua influenza politica diminuiscono, non per questo abbandona alcuna delle sue pretese e delle sue speranze. Anche dopo la catastrofe di Bonifacio ottavo, anche dopo l'esodo del papa ad Avignone, anche durante la lotta dei papi con i concili essa rimane ostinatamente fedele all'idea della Crociata e continua a rivendicare la supremazia sui popoli e sui re. Rinnova anche la vecchia diatriba con l'impero, e Giovanni ventiduesimo scomunica Ludovico il Bavaro (1324), come Innocenzo quarto aveva fatto con Federico secondo; ma quale differenza tra questa replica e il dramma grandioso del tredicesimo secolo! I clamori dei due partiti hanno echeggiato tra l'indifferenza dell'Europa. Sono monaci, giuristi, teologi, ad agitarsi; gli Stati se ne disinteressano. I Frati minori spirituali, di cui il papa ha condannato la dottrina sulla povertà evangelica, si buttano dalla parte di Ludovico il Bavaro che, per necessità, subisce questi strani alleati e tormentato dagli scrupoli, lascia che essi lo coinvolgano nell'accusa di eresia che lanciano contro Giovanni ventiduesimo. Tuttavia, nell'infuriare della lotta a colpi di libelli, l'onnipotenza pontificia, duramente messa in discussione, ha indotto a pronunciare parole che non verranno tutte dimenticate. Il Defensor Pacis di Marsilio da Padova, ben presto tradotto in francese e in italiano, espone idee di cui si possono cogliere i primi segni nell'entourage di Federico secondo e di Filippo il Bello, ma che qui acquistano piena portata e che stupiscono per l'audacia. Per Marsilio, le pretese del papato non sono altro che un'intollerabile usurpazione, tanto incompatibile con l'interpretazione dei testi sacri e con le usanze della Chiesa primitiva quanto funeste per la pace del mondo. Il papa è un vescovo come un altro. La sua missione è unicamente quella di predicare la fede e amministrare i sacramenti. Qualsiasi ingerenza nel potere temporale, qualsiasi giurisdizione sui laici gli deve essere rifiutata. E, allargando la questione, Marsilio definisce la Chiesa: la comunità di tutti coloro che credono in Gesù Cristo. Prima di Wycliffe e prima di Hus, egli dichiara che il laico le appartiene al pari del prete e rivendica categoricamente la sottomissione del clero al potere secolare in tutte le relazioni temporali. Certo, non bisogna sopravvalutare la portata di queste affermazioni. Non risulta che abbiano avuto alcuna conseguenza pratica. Esse hanno ancora soltanto l'importanza di un sintomo, e, in materia religiosa, come pure in materia sociale, i contemporanei, in linea di massima, non rilevano minimamente i sintomi che precedono le crisi.
Fino a che punto le tendenze religiose dell'epoca hanno potuto agire su Marsilio da Padova? Comunque stiano le cose, tra il misticismo del suo tempo e la sua concezione della Chiesa che abbraccia sia i laici che il clero, c'è una concordanza senza dubbio da ascriversi a quella misteriosa armonia, che, nella stessa epoca, collega le une alle altre le diverse manifestazioni del pensiero. La devozione del quattordicesimo  secolo, in ciò che ha di più spontaneo e profondo, fu essenzialmente mistica. La Chiesa non le bastava più per arrivare a Dio. Volge il suo slancio direttamente verso di lui, vuole contemplarlo faccia a faccia nell'intimità della coscienza, senza la mediazione del prete. E, novità singolare, non si esprime più nella lingua della Chiesa. Quasi tutti i mistici, Eckhart (a. 1327), Tauler (a. 1365), Ruysbroek (a. 1381) serivono nella lingua del popolo, laicizzando per la prima volta il pensiero religioso e mettendo in tal modo a repentaglio il prestigio del clero che, fino a quel momento, ne era stato l'unico detentore86. In ogni caso, è più che certo che l'influenza del clero, tanto secolare quanto regolare, non si esercita più sui fedeli con la stessa forza di prima. Senza dubbio, l'ideale ascetico del monachesimo attira numerosi i novizi nei conventi, ma non appare più a tutti come la forma superiore e perfetta della vita cristiana. Il misticismo ha paura delle limitazioni alla libertà spirituale che una regola conventuale porta necessariamente con sé e le preferisce la contemplazione solitaria praticata volontariamente, o congregazioni esenti dai voti perpetui, come lo sono i beghinaggi o la comunità dei Fratelli della Vita comune, fondata da Geert Groot (a. 1384). Anche qui, la devozione si sfoga, se così si può dire, al di fuori degli ambiti creati nella Chiesa per contenerla. Infatti, né le Beghine né i Begardi, né i Fratelli della Vita comune, sono ordini religiosi. Essi non hanno minimamente creduto che la vita laica fosse incompatibile con la devozione e che per essere in rapporto con Dio occorresse fuggire il mondo. Così, le manifestazioni più originali e attive della devozione del quattordicesimo  secolo si incontrano al di fuori del monachesimo che, per quanto lo riguarda, non fa ulteriori progressi. Non si fondano più ordini nuovi, a meno che non si voglia dare questo nome a talune comunità così strettamente apparentate con i Francescani, da rendere molto difficile distinguerle da quelli, e che del resto hanno svolto un ruolo assolutamente secondario87.
Il diffondersi del misticismo tra i laici era doppiamente pericoloso per la Chiesa. Lo era prima di tutto rispetto all'ortodossia. Senza il freno di una regola e la tutela permanente dell'autorità, la vita contemplativa travalica facilmente le frontiere del dogma. Il pericolo era tanto maggiore in quanto l'istruzione teologica faceva difetto a questi sostenitori ingenui, usciti per lo più dalle file del popolo o della piccola borghesia. Infatti, per tutto il secolo, essi non fanno altro che attirare l'attenzione degli inquisitori e sfiorano molto da vicino i pericolosi confini dell'eresia. Il papa arriva a condannare come sospetta la religione dei Beghini. Durante la peste nera del 1347-1348, bande di penitenti, spinti da una sorta di delirio estatico, vanno di città in città, eccitando il popolo, come i fachiri d'Oriente, con i loro canti, danze o flagellazioni pubbliche. In Italia, in Francia e in Germania, sotto il nome di "spirituali, apostolici, amici di Dio", si incontrano sette poco conosciute, presso le quali sembra si sia conservato qualche residuo delle dottrine e delle chimere degli Albigesi. Tutti questi mistici - e qui appare il secondo pericolo per la Chiesa - aspirano a riportare il mondo alla povertà evangelica. La questione della povertà ha agitato tutto il secolo. Presso gli operai delle città manifatturiere, presso i rivoltosi inglesi del 1384, ha fatto nascere aspirazioni comuniste che il potere secolare si è incaricato di soffocare. Ma quello che ha diffuso più di tutto e che era più difficile da combattere, è la critica alle autorità religiose, a incominciare dalla più eminente, il papato. Infatti, più il governo della Chiesa ha adottato la forma monarchica, più ha circondato il suo capo di lusso e di splendore. Per gli artisti che attira e a cui dà lavoro, per la pompa delle cerimonie, per il numero di stipendiati, per la gerarchia erudita degli uffici, per l'abbondanza delle rendite, la corte di Avignone è talmente superiore alle residenze regali, siano quelle di Francia o d'Inghilterra, che non è neanche possibile metterle a confronto. E i cardinali riuniti intorno al papa fanno a gara tra loro per sfarzo e magnificenza. Il sistema fiscale pontificio, già tanto sviluppato nel tredicesimo secolo, si fa ancor più oneroso e si ingegna a trovare risorse nuove che possano sopperire a tanto dispendio. A partire da Giovanni ventiduesimo la gerarchia ecclesiastica viene sottoposta a un sistema di tasse e di prebende tale che è assai difficile convincere i fedeli che non sia contaminato da simonia. Con la creazione di Reservationes e di Provisiones il papa dispone ora, in tutto il mondo cristiano, di una quantità di benefici ai quali prepone uomini che nomina a suo piacimento, in cambio di moneta sonante. Naturalmente, la conseguenza di tutto ciò è che la curia si vede assediata da sollecitatori e che le cariche ecclesiastiche si ottengono sempre più per favore o a pagamento. Non ci si preoccupa più dei meriti dei candidati, né di sapere se possiedano o no le qualità richieste per la carica a cui ambiscono. Basta scorrere a caso i cataloghi episcopali del quattordicesimo  e del quindicesimo secolo per fare alcune osservazioni singolari. Vi si rileva prima di tutto quanto siano preponderanti gli Italiani e i Francesi; poi, quanto poco tempo rimangano in carica; e da ultimo, come quasi tutti appartengano all'alta nobiltà. Sono i risultati inevitabili del sistema. Non solo le cariche più alte della gerarchia vengono abbandonate nelle mani dei cadetti di nobili famiglie, non solo in una miriade di diocesi vengono introdotti prelati estranei agli usi e alla lingua dei fedeli, ma i trasferimenti da una sede all'altra si moltiplicano, perché ognuno di essi rappresenta per la curia la fonte di tasse proporzionate al reddito della sede vacante (annate). Non c'è da stupirsi che Santa Brigida scongiuri Gregorio undicesimo (a. 1378) di distruggere quel "lupanare" che è diventata la Santa Chiesa.
Allo scandalo che tali pratiche davano ai fedeli, si aggiungeva il malcontento di tutti coloro di cui danneggiavano gli interessi o offendevano l'amor proprio nazionale. L'alto clero e i principi tedeschi si indignavano nel vedere la curia favorire sistematicamente gli Italiani e i Francesi e le pesanti tasse di cui venivano gravate le loro diocesi andare soprattutto a profitto degli stranieri. Ma la Germania, frammentata e divisa, era priva di forza e le sue rimostranze non facevano altro che dimostrarne l'impotenza. Diverso è il caso dell'Inghilterra. Dalla fine del regno di Edoardo terzo, il Parlamento inizia un'energica campagna contro il diritto che la curia si arroga di tassare la Chiesa nazionale e di non riservarne tutte le cariche e i benefici ai sudditi del re. L'ostilità che la guerra ha sollevato contro la Francia si appunta sul papa, la cui parzialità nei confronti di questa potenza è fin troppo evidente da quando ha lasciato Roma per Avignone. Nel 1376, il "buon Parlamento" esige la soppressione delle Reservationes e delle Provisiones, l'espulsione degli esattori pontifici e la proibizione di esportare denaro fuori del regno. Già, dal seno dei comuni, si levano voci a reclamare la secolarizzazione dei beni della Chiesa inglese.
È in mezzo a questa agitazione politica che entra in scena Wycliffe. Non è possibile che la situazione non abbia agito direttamente sulle sue idee religiose. Si può notare in lui per la prima volta quella concordanza, o, per meglio dire, quell'alleanza inconscia del pensiero e della pratica, dell'universalità delle tendenze e della preoccupazione per il bene della nazione, che in seguito avrebbe caratterizzato il genio di tanti pensatori inglesi, e che si spiega senza dubbio con la forte solidarietà nazionale di cui le circostanze hanno dotato quel popolo, assai prima di tutti gli altri popoli d'Europa.
Con Wycliffe si apre, nella storia religiosa, la via che porterà alla Riforma. Niente più lo accomuna agli eretici che prima di lui hanno turbato la Chiesa e le cui dottrine - come quella degli Albigesi - si fondavano essenzialmente sul dualismo tra spirito e carne. Molto diverso da loro, egli non porta niente che non sia già nel cristianesimo. Non insorge né contro il dogma, né contro la morale cristiana, ma semplicemente contro la Chiesa e, più che contro la Chiesa, contro il papato. L'unico capo della Chiesa, egli insegna, è il Cristo. La Sua parola, consegnata alla Bibbia, basta alla salvezza di chi ha la fede. Ora, la Bibbia ignora la potente e opulenta gerarchia religiosa che è diventata la Chiesa. Il suo ideale è la povertà; non fa alcuna differenza tra il prete e il laico e da ciò bisogna concludere che i preti sono sottoposti, come il resto dei fedeli, alle leggi secolari, e che non devono rivendicare alcun privilegio. L'Inghilterra è assolutamente indipendente dal papa, perché il potere temporale del suo re, così come il potere spirituale della Chiesa, deriva direttamente da Dio. Quanto al papa, lungi dall'essere il rappresentante del Cristo in terra, in verità è l'Anticristo. Il popolo, per praticare la vera religione, deve tornare alla Bibbia, che ormai ignora. Quindi, per fargliela conoscere, il riformatore ne ha intrapreso la traduzione in lingua volgare, inaugurando con questo grande lavoro la storia della prosa inglese.
Fino a quel momento, in Inghilterra l'ortodossia era stata tale che per un singolare destino, si era dimostrato inutile introdurvi l'inquisizione. Nessun popolo era stato più docile agli insegnamenti della Chiesa, anche se, dal regno di Edoardo I, aveva chiaramente manifestato la volontà di impedirle ogni influenza in ambito politico. Wycliffe, assommando nella sua campagna contro il papato la questione religiosa a quella politica, non poteva trascurare di interessare all'una tutti coloro che all'altra si appassionavano. Nel volgere di qualche anno, conta seguaci entusiasti tanto tra la nobiltà che tra la borghesia, mentre numerosi membri del basso clero aderivano alle sue dottrine e sotto il nome di "semplici preti" (simple priests) le diffon'devano tra il popolo, attratto al tempo stesso dalla semplicità evangelica dei loro costumi e dalla loro convinzione. E via via che la sua azione si diffondeva, il riformatore si faceva più ardito e radicale. In nome della Bibbia, arrivava perfino a negare la transustanziazione di Cristo nella comunione. Per quanto il cancelliere dell'Università di Oxford e l'arcivescovo di Canterbury lo accusassero di eresia e i suoi nemici lo ritenessero responsabile della grande rivolta agraria del 1381, l'atteggiamento del Parlamento gli era manifestamente favorevole al punto che non si osò perseguirlo e che morì tranquillamente nella sua parrocchia di Lutterworth. Solo a partire dall'avvento di Enrico di Lancaster (Enrico IV), il re, desideroso di guadagnare alla nuova dinastia l'appoggio del papa, prese posizione contro il movimento di Wycliffe o, per usare il termine di cui si servivano gli avversari dei riformatori, contro la setta dei Lollardi88. Fin dagli inizi del suo regno (1399), egli introduceva la prima legge che, in Inghilterra, abbia condannato gli eretici al supplizio del fuoco, proibiva la traduzione della Bibbia in lingua nazionale e metteva al rogo Lord Cobham, il protettore dei Lollardi alla Camera dei Lord (1417). Queste violenze ostacolarono il movimento senza soffocarlo. Fino alla comparsa del protestantesimo, i discepoli di Wycliffe non cessarono di scuotere il pensiero religioso dell'Inghilterra, e di prepararlo alla grande trasformazione del sedicesimo secolo. E nel momento in cui in patria la persecuzione si abbatté su di loro, emuli entusiasti, all'altro capo d'Europa, si appassionavano alla loro dottrina. Trapiantata in Boemia da Giovanni Hus, fondendosi con lo scatenarsi delle passioni nazionali e degli impulsi democratici, avrebbe fatto vacillare con una scossa tremenda la Chiesa e la Germania.
Nel momento in cui si sarebbe detto che il papato dovesse riunire tutte le forze per resistere ai nemici, precipitava invece in quella crisi famosa che viene indicata con il nome di grande scisma e che lacerò per quarant'anni la cristianità occidentale (1373-1417). Non esiste causa religiosa per questa catastrofe. La duplice elezione che ne è stata il punto di partenza sarebbe certamente rimasta un incidente senza grande portata se, per interesse politico, gli Stati europei, divisi in due gruppi ostili sottoposti l'uno all'azione della Francia, l'altro a quella dell'Inghilterra, non si fossero affrettati a inasprirlo e a trarne partito. Si badi bene, però: se la politica secolare ha spinto allo scisma, lo ha sfruttato e lo ha fatto durare, non sarebbe stata però in grado di scatenarlo. La vecchia concezione carolingia che, associando il papa e l'imperatore al governo della Chiesa, un tempo aveva permesso al secondo di far nominare degli antipapi, con Federico Barbarossa aveva perduto il suo ultimo rappresentante. La Chiesa aveva trionfato in maniera così completa sull'impero, a tal punto si era scrollata di dosso qualsiasi intervento temporale nel suo governo, aveva circondato le elezioni pontificie di tali e tante garanzie di indipendenza e infine - e soprattutto - i fedeli veneravano così profondamente in lei un'autorità di natura divina, che la sola idea di imporle un papa con la violenza e in contrasto con le regole tradizionali del conclave, sarebbe stata impensabile. Alla fine del tredicesimo secolo, lo Stato, almeno in Francia e in Inghilterra, era riuscito a estromettere l'influenza del papato nelle proprie questioni, ma non poteva pensare, né pensò mai, di sottomettere la Chiesa alla propria giurisdizione. Tutto quel che desiderava era di accattivarsene la neutralità o la benevolenza; impedirle di agire con l'immensa forza della gerarchia contro i suoi disegni o i suoi interessi; e anche, se possibile, farne un'alleata contro i suoi nemici esterni. I re di Francia avevano abilmente approfittato dell'esilio del papato ad Avignone per assicurarsi questi vantaggi. Il loro atteggiamento nei suoi riguardi era stato completamente diverso da quello degli imperatori all'epoca in cui l'impero significava ancora qualcosa. Infatti, a differenza di questi, non pretendevano di possedere il minimo diritto al governo della Chiesa universale, avevano avuto con lei rapporti puramente esterni, da potenza a potenza. Tra il papa e l'imperatore, il confine che separava il potere spirituale e il potere temporale era sempre stato oggetto di contestazione perché essi vivevano entrambi nell'impero. Ma per il re di Francia, che ne era fuori, quel confine era assai netto, ed era fissato dall'indipendenza del re nel proprio regno. Al papa, dalla protezione del re venivano troppi vantaggi - di cui approfittava - per pensare ad alterare, risvegliando le vecchie dispute, i buoni rapporti che intratteneva con lui. Se, nei confronti dei sovrani di Germania conservava tutte le sue pretese, a Parigi, non ne parlava più. Si circondava di cardinali francesi sempre più numerosi e, come abbiamo visto, ai Francesi era riservata anche buona parte dei benefici di cui disponeva con tanta larghezza. Così, tra la Chiesa e lo Stato, regnava un'armonia di fatto, perché ognuno evitava i conflitti. Di fatto, esiste un concordato non scritto, ma non per questo meno reale. I rapporti tra il re e il papa sono facilitati anche perché, in Francia, la questione del potere temporale non si pone. Avignone e il contado Venaissin sono così poco importanti che il re non pensa a contestarne il possesso al papa. A mio parere, questo aspetto è stato poco sottolineato: mi sembra evidente che il modus vivendi del papa e del re di Francia, durante il soggiorno ad Avignone (1314-1377) per molti versi sia un'anticipazione dei Tempi Moderni e un accomodamento reciproco della Chiesa e dello Stato.
Ma questa situazione non giova che alla Francia. Di questo, ci si rende ben conto all'esterno, dove si designa il periodo con il nome di "cattività babilonese". L'idea che il papa non risieda più presso la tomba degli apostoli è intollerabile per i devoti. Gli Stati non francesi si indignano di tutti questi papi francesi che si susseguono: Clemente quinto(Bertrand de Goth), Giovanni ventiduesimo (Jacques d'Eux da Cahors, 1316-1334), Benedetto dodicesimo (Jacob Fournier da Saverdun presso Tolosa, 1334-1342), Clemente sesto (Pierre Roger, 1342-1352), Innocenzo sesto (Jean Birel, 1352-1362), Urbano quinto(Abate di Saint-Victor a Marsiglia, 1362-1370), Gregorio undicesimo (della famiglia Roger, 1370-1378)89.
Naturalmente, Avignone non è che un pied-à-terre dove si tende a tirarla per le lunghe. Ma non ci si può rimanere per sempre. Nel 1316, Giovanni ventiduesimo non fu eletto se non dopo aver promesso di riportare la sede a Roma. Ma la situazione in Italia, di cui il papato non si disinteressa, è quanto mai spiacevole. Il re Roberto di Napoli (1309-1343), succeduto a Carlo secondo, che ha ricevuto ad Avignone la corona dalle mani del papa, provoca il fallimento della spedizione dell'imperatore Enrico settimo. Ma poco dopo, a Roma, è l'anarchia. Nel 1347, Cola di Rienzo viene nominato "tribuno", e per i pochi mesi della sua dittatura sogna di restaurare l'impero romano. Lo Stato della Chiesa è allo sfascio. Innocenzo sesto invia il cardinale Albornoz come vicario generale per rimetterlo in piedi (1353). Cola si unisce a lui, ma questa volta viene ucciso dal popolo. A Napoli, dopo il regno di Roberto, era lotta aperta tra sua figlia Giovanna e il re Luigi di Ungheria, che, appartenendo alla casata d'Angiò, aspirava alla corona; la lotta sarebbe durata fino al 1350.
Urbano quinto (1362-1370), il migliore dei papi di Avignone, che reagisce contro il lusso e gli abusi, aspira a tornare a Roma. E difatti vi ritorna nel 1367. La città è semispopolata; molti monumenti antichi sono andati in rovina. Le "grandi compagnie" mercenarie, licenziate, saccheggiano il paese. L'imperatore Carlo quarto viene a Roma e rimane in Italia fino al 1369, senza far altro che riempirsi la borsa, punendo qualche città. In mezzo a questa anarchia, l'imperatore di Costantinopoli, Giovanni Paleologo, viene a implorare l'appoggio del papa contro i Turchi. La situazione è così critica che il papa, nel 1370, ritorna ad Avignone, dove muore l'anno dopo.
Il suo successore, Gregorio undicesimo (1370-1378) avrebbe ripreso la strada della città eterna. Le voci di Santa Brigida e quella di Santa Caterina da Siena si levavano troppo alte e arrivavano troppo lontano, perché potesse fingere di non sentirne il biasimo. Ma la situazione politica imponeva ancor più imperiosamente il suo ritorno. Bologna era appena insorta. I Fiorentini, fino a quel momento i più fedeli alleati di Roma in Italia, si univano alle altre città della Toscana contro il governo dei "legati". Il papa lasciò Avignone nel 1376. Morì nel marzo del 1378, senza essere riuscito a metter fine all'anarchia. L'elezione del suo successore, per la prima volta dopo quella di Bonifacio ottavo, settantacinque anni prima, si sarebbe fatta a Roma. Era impossibile che il popolo non pretendesse un papa romano. I cardinali, riuniti in conclave, deliberarono in mezzo al frastuono del clamore popolare e delle campane a stormo di San Pietro. Il Vaticano era circondato da bande armate. Fu una "giornata" rivoluzionaria, che si concluse con l'elezione del cardinale Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, che al momento dell'incoronazione prese il nome di Urbano sesto (1378-1379). Ma i cardinali francesi che avevano appoggiato l'elezione, avevano agito solo perché dominati dal terrore. Alcuni avevano protestato. Gli altri ben presto ruppero i rapporti con il papa, che annunciava velleità di riforma del Sacro Collegio e di eliminazione degli abusi finanziari che ne facevano la fortuna. A questo, si aggiungevano le istanze del re di Francia Carlo quinto e il crollo di Napoli. Non ci voleva altro perché essi dichiarassero nulla l'elezione di Urbano. Il 20 settembre si riunivano a Fondi, e davano i loro suffragi a Roberto di Ginevra, vescovo di Thérouanne. Il nome di Urbano, adottato dal suo antagonista significava Roma; egli ne scelse uno che significasse Avignone, e si fece chiamare Clemente settimo (1378-1394).
Un tempo, ogni volta che due papi si erano disputati la tiara, la questione di legittimità non si era mai posta. Era evidente che uno dei due, voluto dall'imperatore, non era altro che un intruso, che la cristianità si era rifiutata decisamente di seguire. Ma questa volta, come riconoscere il vero successore di Pietro? Chi aveva ragione, tra i cardinali che riconoscevano Urbano, e quelli che stavano dalla parte di Clemente? I teologi delle università disputavano tra loro; i fedeli, con altrettanta convinzione, pregavano il cielo come Caterina da Siena per il papa di Roma, o come Vincent Ferrier e Pierre de Luxembourg per quello di Avignone. Ma come in tutti i problemi di diritto che toccano questioni politiche, la soluzione sarebbe stata fornita dagli interessi. La Francia e tutti gli Stati che le gravitavano intorno, Napoli, Scozia, Castiglia, Aragona, si pronunciarono per Clemente. Non ci voleva altro per guadagnare l'Inghilterra a Urbano. L'imperatore Carlo quarto lo riconobbe quindi in virtù della tradizione che univa l'impero a Roma. Gli Stati del nord, Boemia e Polonia, fecero altrettanto, senza prendere grande interesse alla questione. Il re d'Ungheria, nemico della regina di Napoli che parteggiava per Clemente, si schierò col partito opposto. Così, la cristianità, in una controversia tanto grave per la Chiesa, si lasciò guidare soltanto da considerazioni di opportunità temporale. Il papato, così trionfante un secolo prima, subisce ora l'umiliazione di vedere l'obbedienza che gli si portava, subordinata alle convenienze dei governi. E non solo accettò questa situazione, ma la sancì per così dire, con il proprio atteggiamento. Per conservarsi la clientela politica, ognuno dei due papi mostrò nei suoi confronti una condiscendenza singolare. Erano finite le dichiarazioni altezzose che un tempo avevano fatto rivendicare dai loro predecessori il diritto di disporre del regno. Fu una gara a chi dei due pontefici in lotta si mostrasse più accomodante verso i propri sostenitori. Quanto ai popoli, essi seguirono passivamente l'atteggiamento dei loro principi, salvo quando, in lotta con loro, aderirono, per reazione, al papa del partito avverso.
In mezzo a un tale disorientamento, gli abusi di cui la Chiesa soffriva in maniera sempre più evidente, dall'inizio del quattordicesimo  secolo, non potevano che aggravarsi. La corte di Roma, come quella di Avignone, la sottoposero a uno sfruttamento tanto più intenso, in quanto ora, la metà della cristianità doveva fornire a ciascuna tutte le entrate a cui un tempo aveva sopperito la cristianità intera. Il sistema delle provisiones, delle annates, delle reservationes si mise all'opera a oltranza; simonia, nepotismo e favoritismo assunsero dimensioni deplorevoli. La gerarchia fu sempre più alla mercé del denaro.
Una situazione del genere era insostenibile. Prolungandosi, avrebbe senza dubbio provocato il crollo della Chiesa. Il successo di Wycliffe in Inghilterra era significativo. E in Boemia, Giovanni Hus, ispirandosi a lui, inizia a scuotere il popolo (1403). Ma di fronte a questi riformatori rivoluzionari, la vecchia Università di Parigi, conservatorio della teologia, ferve nella ricerca di una soluzione compatibile con l'ortodossia. Pierre d'Ailly, Gerson e Clémangis da una parte, Wycliffe e Hus dall'altra, ecco il grande conflitto religioso dell'inizio del quindicesimo secolo. Si potrebbe essere tentati anche qui, secondo una comoda formula, di far intervenire l'elemento razziale: latini per la Chiesa, germani contro di essa. Figuriamoci poi tra Germani e Slavi! Ma è molto semplice spiegare i diversi atteggiamenti. In Inghilterra, lo abbiamo visto, le crescenti difficoltà con il papa hanno orientato il paese a seguire la teologia di Wycliffe, di cui Hus non fa che riprendere le tesi applicandole al nazionalismo ceco. In Francia, invece, da quando il papa è ad Avignone, lo Stato non ha che da rallegrarsene. Non c'è niente che lo spinga a rompere i rapporti con lui; niente che nel popolo gli sia ostile. È possibile correggere gli abusi, ristabilire la disciplina, risvegliare la devozione senza far crollare tutto, senza dover negare tutto il passato e fare un balzo all'indietro per ritornare alla Bibbia e al cristianesimo primitivo. Un concilio ecumenico può metter fine alla questione e, al tempo stesso, far cessare lo scisma e dare alla Chiesa le riforme di cui ha bisogno. Purtroppo nessuno dei due papi vuole cedere il posto. Gli Stati non riescono ad accordarsi per dichiarare a entrambi una "sottrazione di obbedienza" generale che li costringerebbe a cedere. La Francia spinge con tutte le forze per metter fine allo scisma, ma è afflitta dalle lotte intestine. L'assassinio del duca di Orléans, che la fa passare sotto l'influenza del duca di Borgogna, Giovanni senza Paura, la induce ad assumere un atteggiamento più deciso. Infatti, Giovanni, che regna sul popolo dei Fiamminghi tutto schierato dalla parte di Roma, è molto imbarazzato dalla disputa e spinge con tutte le forze per una soluzione. I cardinali di entrambi i partiti, sentendosi sostenuti, si fanno più baldanzosi. Finalmente, nel 1409, convocano a Pisa un concilio generale che si apre il 25 marzo.
Per la Chiesa era una novità inaudita che un concilio si riunisse su convocazione dei cardinali. Lo spirito rivoluzionario che travagliava la società laica si comunicava anche alla società religiosa. I due papi, Gregorio dodicesimo (Roma) e Benedetto tredicesimo protestarono entrambi e si agitarono invano per far fallire i lavori dell'assemblea. Ma questa era decisa ad andare fino in fondo. Il 5 giugno dichiarava solennemente Pietro de Luna (Benedetto tredicesimo) e Angelo Corrario (Gregorio dodicesimo) scismatici conclamati ed eretici, li deponeva entrambi e proclamava la Sede vacante. Dieci giorni dopo, i cardinali davano la tiara ad Alessandro quinto(1409-1410). Poi si sciolsero, rinviando a un concilio futuro la riforma della Chiesa. L'avvenire appariva più cupo che mai, perché né Gregorio, né Benedetto riconoscevano valida la sentenza che li aveva colpiti. Ora, c'erano tre papi che si disputavano la guida della cristianità. E come se non bastasse questa spaccatura nel governo, la Chiesa era al tempo stesso lacerata dall'eresia, evocando così lo spettacolo della decadenza carolingia all'epoca in cui i figli di Ludovico il Pio si disputavano la corona, mentre il feudalesimo in fase di espansione faceva crollare l'organizzazione politica dell'impero.
Il movimento di Wycliffe aveva trovato in Giovanni Hus un apostolo ben più impetuoso, che le circostanze avrebbero reso pericoloso quanto il fondatore stesso della dottrina. Così come i successi di Wycliffe in Inghilterra si spiegano, lo abbiamo visto, con il malcontento politico che il papato aveva suscitato in quel paese, quelli di Hus sono dovuti all'ostilità crescente che, dalla metà del quattordicesimo  secolo, opponeva i Cechi di Boemia alla Germania90. Il sentimento nazionale agisce in loro favore, ma per ognuno in modo assai diverso, che si spiega naturalmente con la diversa composizione dei due popoli. In Inghilterra, dove la popolazione era omogenea, Wycliffe ebbe l'appoggio di tutti coloro che, nel papato, rifiutavano l'ingerenza di una potenza straniera. In Boemia, dove i Cechi vivevano accanto a immigrati che la Germania vi aveva dirottato dal dodicesimo secolo, verso Hus si orientò tutta la parte slava della nazione che in lui salutò l'autore del proprio affrancamento da una Chiesa in cui vedeva soprattutto la Chiesa dei Tedeschi. D'altra parte, fin dall'inizio Hus si appoggiò soltanto ai propri compatrioti di lingua ceca. Lo zelo religioso di cui li infiammò con la sua eloquenza e la sua convinzione, si alimentò di tutta la forza delle passioni nazionali, e assistiamo allo spettacolo singolare di un teologo divenuto l'apostolo del suo popolo, a tal punto che nessuna autorità avrebbe osato pensare di opporgli resistenza. La scomunica scagliata contro di lui, l'interdetto lanciato sulla città di Praga (1412) non smorzarono la sua propaganda, che già incominciava a reclutargli seguaci in Polonia, in Ungheria e in Croazia.
L'opera di riforma ecclesiastica che il Concilio di Pisa aveva rinviato sembrava l'unica cosa che avrebbe potuto salvare la cristianità. Giovanni ventitreesimo (1410-1415), successore di Alessandro quinto, convocò a Roma un nuovo concilio (aprile 1412), che l'invasione della città da parte del re di Napoli, Ladislao, costrinse ben presto a sciogliersi. Su proposta del re di Germania, Sigismondo, felice di assumere in questa situazione un'importanza che la Francia e l'Inghilterra, tutte prese dal loro conflitto, gli lasciavano, Costanza fu designata come sede di una nuova assemblea che si aprì il 5 novembre 1414, e che, dopo tre anni di deliberazioni e di trattative, riuscì a metter fine allo scisma. Giovanni ventitreesimo fu deposto, Gregorio dodicesimo indotto a rinunciare alla tiara, e Benedetto tredicesimo, che si rifiutava di farlo, condannato come eretico e scismatico. L'11 novembre 1417, fu eletto Martino quinto, non dal conclave, ma da una commissione di cardinali e di delegati delle nazioni rappresentate al Concilio. L'unità del governo cattolico era finalmente ristabilita. Quanto alla riforma della Chiesa, "nel suo capo e nelle sue membra", che gli spiriti migliori chiedevano con tutti i loro auspici, fu appena abbozzata. Essa consistette soltanto nel moderare in qualche modo il potere che la curia si arrogava nella ripartizione dei benefici. In compenso, il Concilio credette di annientare l'eresia boema condannando al rogo Giovanni Hus che, munito da Sigismondo di un salvacondotto, si era recato a Costanza con la speranza di convertire i padri alla sua dottrina (6 luglio 1415). Qualche mese più tardi anche il suo discepolo Gerolamo da Praga fu condannato e giustiziato. Entrambi morirono come martiri, e l'unico risultato di quel supplizio fu di servire la causa che era costata loro la vita. Portò al parossismo l'entusiasmo religioso e nazionale dei Cechi. L'odio contro la Chiesa e quello contro la Germania, in loro, si svilupparono di pari passo. Hus non era forse, a un tempo, vittima del Concilio e di Sigismondo? Cos'altro avrebbero potuto vedere, nel salvacondotto che egli aveva ricevuto dal re, se non un'indegna perfidia?
Fino a questo momento, i seguaci di Hus si erano limitati, come il maestro, a professare le idee di Wycliffe. Un certo numero di loro rimase fedele: furono gli Utraquisti, così chiamati per il fatto che si comunicavano sotto le due specie. Ma la massa del popolo, sotto il pungolo della passione religiosa, spinse d'un tratto la dottrina alle sue estreme conseguenze. Poiché la Bibbia recava la parola di Dio, occorreva obbedirle in tutto, non solo per quanto riguarda l'anima, ma anche per ciò che attiene al corpo. Da quel momento, l'organizzazione ecclesiastica, al pari di quella civile, dovevano scomparire. Bisognava fondare il regno di Dio in questo mondo, rinnovando, secondo i testi sacri, l'umanità intera. Sogno entusiasta di un popolo giovane e pieno d'illusioni il cui atteggiamento non trova riscontri nella storia se non in quella dei Bolscevichi russi del 1917. Ci si mise immediatamente all'opera con la convinzione che la nazione ceca fosse l'eletta del Signore. Il clero cattolico fu disperso, i suoi beni confiscati, le chiese e i monasteri distrutti. Al popolo fu data una costituzione patriarcale, a imitazione dell'Antico Testamento, e sull'area della città di Kozihradek, dove Hus aveva trascorso gli ultimi anni, fu costruita la città santa di Tabor, da cui i nuovi Ebrei ricevettero il nome di Taboriti. La morte improvvisa del re di Boemia, Venceslao (16 agosto 1419), lasciava loro tanto più campo libero, in quanto il suo successore era l'odioso Sigismondo, il Giuda del martire di Costanza. La rivoluzione era dunque padrona del paese. I Tedeschi di Boemia, rimasti fedeli alla Chiesa, piegarono il capo sotto l'infuriare della tempesta. Nel frattempo, da ogni parte, i mistici esaltati che si nascondevano nelle associazioni di Begardi o tra il proletariato delle città industriali, si precipitavano verso questo paese dove era stato proclamato il regno di Dio, e le aspirazioni comuniste o le visioni paradisiache di cui erano portatori, in seno al rigorismo biblico dei Taboriti, davano vita a sette particolari. Quella degli Adamiti, fondata da un tessitore belga, dimostra in maniera curiosa l'esaltazione degli adepti. I discepoli del nuovo Adamo, stabilitisi su un'isola del fiume Nezarka, pretendevano di condurre una vita da paradiso terrestre nel comunismo più integrale. Come i primi uomini, avevano soppresso l'uso degli abiti, e la loro morale era primitiva quanto il loro costume. Ben presto fecero un tale scandalo che Giovanni Ziska, nel 1421, dovette farli massacrare.
La fede degli Hussiti era troppo potente per non indurli a diffonderla intorno a sé. Nel 1419, la Boemia è divenuta un centro di propaganda appassionata, da dove una religione rivoluzionaria riversa come una lava le sue dottrine infuocate. Le vicine regioni slave, Polonia, Moravia, Slesia, dove la lingua degli apostoli viene facilmente compresa e dove le masse popolari vivono nella miseria sotto l'oppressione della nobiltà, le forniscono immediatamente migliaia di adepti. Si infiltra anche tra i poveri, nelle contrade tedesche dell'Austria. E il suo prestigio appare ancor più strepitoso per i trionfi che miete. I fedeli, di fronte alle vittorie di Giovanni Ziska e di Procopio sulla cavalleria tedesca, lanciata contro di loro dal papa e da Sigismondo, non possono fare a meno di ricordare quelle di Davide o di Gedeone sugli Amaleciti91.
Il pericolo hussita veniva invocato da tutti coloro che, nella Chiesa, reclamavano la convocazione di un nuovo concilio. Martino quinto riuscì a temporeggiare; il suo successore, Eugenio quarto (1431-1437), dominato dalle circostanze e dalla pubblica opinione, lo indisse. Il Concilio si aprì a Basilea, nel luglio del 1431. Due grandi questioni si imponevano ai suoi lavori: l'eresia boema e la riforma della Chiesa. Gli eventi gli permisero di risolvere la prima.
Il radicalismo religioso e sociale dei Taboriti aveva finito col provocare tra loro e gli Utraquisti una rottura definitiva. Quasi tutta la nobiltà era passata nelle file di questi ultimi e a Lipan, il 30 marzo 1434, aveva procurato loro una sanguinosa vittoria. La Boemia, sfinita dalla guerra, non chiedeva altro che pace e le trattative avviate tra il Concilio e gli Utraquisti giunsero infine a una soluzione alquanto oscura, di cui entrambe le parti si accontentarono (1436). Le difficoltà furono aggirate, piuttosto che risolte. Tanti sforzi, tanto entusiasmo e tanto sangue versato, in definitiva, giovarono solo alla nobiltà ceca che si spartì i beni dei conventi. Si riconciliò con la Chiesa al prezzo della sua spoliazione. La potenza così acquisita doveva rendere ormai poco pericolosi i fanatici scoraggiati che ancora rimanevano tra il popolo. Si fece affidamento sul tempo per venirne a capo.
Quanto alla riforma della Chiesa, a tutta prima si credette che questa volta si dovesse veramente compiere secondo il programma esposto tempo addietro a Costanza dai Pierre d'Ailly e dai Gerson. I padri sembravano per la maggior parte decisi a sostituire l'ordinamento monarchico del cattolicesimo con un ordinamento conciliare. Più energicamente di quanto fosse stato fatto a Costanza, proclamarono la superiorità del concilio sul papa e sventarono con decisione gli sforzi di Eugenio quarto di sciogliere l'assemblea. Questa, non contenta di sopprimere gli abusi finanziari della curia, di emendare i costumi del clero, di imporre la residenza ai dignitari ecclesiastici, di combattere la simonia e di vietare il cumulo dei benefici, manifestò, nei confronti del papa, uno spirito di diffidenza e di controllo così rivoluzionario che tra i suoi ranghi finì per infiltrarsi il disaccordo. Eugenio seppe approfittarne a dovere. L'imperatore Giovanni settimo Paleologo e il patriarca di Costantinopoli erano appena arrivati in Italia, e ancora una volta cercavano di ottenere l'aiuto dell'Occidente contro i Turchi, promettendo l'unione della Chiesa greca. Il papa convocò immediatamente il Concilio a Ferrara e poi a Firenze, per deliberare su questa proposta, rilancio fallace della disperazione, che si fece finta o ci si convinse, di prendere sul serio. Una parte dei padri rispose al suo appello e la proclamazione dell'unione, il 5 luglio 1439, gli valse momentaneamente un successo strepitoso. (La Chiesa orientale lo avrebbe condannato quattro anni dopo.) Gli oppositori, rimasti a Basilea, erano ormai screditati. Cercarono di nascondere la propria debolezza con la violenza. Il 5 giugno 1439 deponevano Eugenio quarto e nominavano al suo posto Felice quinto, che nessuno prese sul serio in Europa e che è l'ultimo degli antipapi. Ostinato in una opposizione ormai senza speranza, il Concilio trascinò ancora per dieci anni un'esistenza oscura, per sciogliersi infine il 25 aprile 1439. Felice quinto abdicò e riprese il suo rango tra i cardinali. La grande crisi che il papato aveva attraversato era conclusa e si chiudeva con la sua vittoria. Dell'opera del Concilio non rimaneva niente. La Chiesa conservava la sua forma monarchica. Dopo tanti travagli e tante speranze, si tornava al punto di partenza.
Ma qualcosa rimaneva di tutta questa inquietudine che per un attimo sembrò dover dare una forma nuova al cattolicesimo, qualcosa che nessuno, nella Chiesa, aveva voluto: la crescente indipendenza degli Stati in materia ecclesiastica. Le controversie tra i papi e il Concilio avevano permesso ai principi, che entrambe le parti avevano un identico interesse a non urtare, di limitare l'intervento di Roma nei propri Stati e di acquistare una certa voce in capitolo nel reclutamento e nella disciplina del clero nazionale. La Prammatica Sanzione, proclamata da Carlo settimo nel 1438, che può essere considerata il punto di partenza delle famose franchigie gallicane della Chiesa di Francia, è il risultato più notevole di questo concatenarsi di eventi. Il papato rimaneva padrone nella Chiesa. Ma la Chiesa non era più quella del Medio Evo. Cessava di estendere la propria autorità sia nell'ambito temporale sia in quello spirituale. Si ripiegava in qualche modo su se stessa e, se così si può dire, si specializzava nel ruolo religioso che le era proprio. Dopo l'imperatore, anche il papa spariva come potere universale dalla scena del mondo. Dalla metà del quindicesimo secolo, non ci saranno più antipapi. Ma dopo la deposizione del re di Boemia, Giorgio Podiebrad, a opera di Paolo secondo nel 1466, non si vedranno più neanche papi sottomettere al proprio arbitrato le contese tra i sovrani.



CAPITOLO SECONDO La Guerra dei Cent'anni.

1. Fino alla morte di Edoardo terzo (1377).

Dalla fine del tredicesimo secolo, la Francia non esercita più quell'egemonia di cui ha incontestabilmente goduto da Filippo Augusto a Filippo il Bello. Per mantenere questo dominio sull'Europa, sarebbe stato necessario che la sua civiltà avesse continuato a progredire e la sua potenza politica a mantenersi intatta. Ora, invece, l'una si arresta, e l'altra declina. Né l'arte, né la letteratura, né la scienza, quale che sia l'interesse che ancora presentano, comunicano più alcuna novità essenziale. Quanto alla forza e alla prosperità della nazione, queste sono entrambe compromesse dalla terribile crisi della Guerra dei Cent'anni.
La portata di questo grande conflitto va ben oltre i confini dell'Europa occidentale. I due Stati che mette a confronto erano troppo potenti, perché quella contesa riguardasse soltanto loro. In realtà, essa si impone a tutti i principi, e per le alleanze che provoca tra loro o per l'azione che esercita sulla loro condotta, assume una portata europea. In un'Europa il cui equilibrio è stato alterato dalla scomparsa della preminenza politica del papato, essa è bene o male un centro d'attrazione, o per lo meno l'evento centrale che conferisce all'agitazione confusa del periodo su cui domina, alcuni orientamenti comuni.
Una guerra tanto lunga e accanita era possibile unicamente tra Francia e Inghilterra. Soltanto loro avevano governi provveduti di risorse sufficienti e popoli dotati di un'unità nazionale tale da metterli in grado di sopportare una simile prova senza soccombere. Ma si rimane confusi quando si confronta la grandiosità degli sforzi profusi con l'inutilità dei risultati raggiunti. In fondo, l'esito della lotta tra Francia e Inghilterra è come quello tra papi e Concili: un aborto. Dopo tanto spargimento di sangue, tante miserie e tante rovine, i due avversari si ritrovano pressappoco al punto di partenza, cosicché la Guerra dei Cent'anni è stata soltanto una calamità terribile e sterile. È troppo facile riconoscere a posteriori che non poteva essere diversamente. L'impossibilità in cui si trovavano i re d'Inghilterra di conquistare la corona di Francia appare in tutta la chiarezza dell'evidenza. Eppure è proprio questo lo scopo che si sono proposti. Al di fuori di esso, nessun motivo urgente li spingeva alla guerra. E soprattutto, nessun motivo spingeva il popolo inglese a farlo. Perché la Francia non minacciava l'Inghilterra, e neanche l'infastidiva. Né l'una né l'altra erano ancora divenute nazioni marittime. Non esistevano zone dove i loro mercanti si incontrassero da rivali, come avrebbero fatto più tardi, o come, dal tredicesimo secolo, accadeva nei grandi porti del Levante tra quelli di Genova e di Venezia. Sul continente, l'Aquitania che continuava ad appartenere ai re d'Inghilterra, per il popolo non aveva più importanza di quanta ne avrebbe avuta, nel diciottesimo secolo, il regno di Hannover. Si capirebbe senza fatica che la Francia avesse attaccato l'Inghilterra per riprenderle questa provincia, ultimo brandello dei possedimenti inglesi che ostacolava ancora l'unità del regno; ma non è stata la Francia, bensì l'Inghilterra a provocare la guerra. Il pretesto è stato la rivendicazione da parte di Edoardo terzo della corona capetingia. Ma è una questione dove non si rileva l'interesse nazionale dell'Inghilterra, tutt'altro. L'alleanza della Francia con la Scozia non spiega meglio l'origine del conflitto. Infatti, è fin troppo evidente che, complicando la conquista della Scozia con una guerra con la Francia, si rendeva quella conquista infinitamente più difficile, se non addirittura impossibile. In breve, da qualsiasi parte si guardi, la Guerra dei Cent'anni appare una guerra inutile, nel senso che non fu provocata da alcuna necessità vitale. In realtà, bisogna vedere in essa soltanto una guerra di prestigio. Ed è proprio questo che spiega la passione con cui il popolo inglese assecondò i propri sovrani.
Sotto Edoardo I (1272-1307), l'organizzazione parlamentare aveva continuato a imporsi. Nel 1297 il re aveva formalmente riconosciuto il diritto del Parlamento a dare l'approvazione sulle imposte. Il ritorno del suo successore, Edoardo secondo (1307-1327), alla prassi del governo personale portò, come sotto Enrico secondo, a una rivolta del popolo guidata dai baroni. L'insuccesso del re in Scozia contro David Bruce, che aveva ripreso le armi e lo aveva battuto a Bannockburn (24 giugno 1314), lo resero definitivamente inviso. Nel 1326, gli scontenti si riunivano intorno alla regina e al principe ereditario. Il Parlamento decretava la deposizione del re (7 gennaio 1327). Il regno di Edoardo secondo (1327-1377) si aprì dunque, come quello di Edoardo I, con una nuova vittoria della nazione sulla corona. Ma riconoscendo, come suo nonno, il fatto compiuto, e alleandosi apertamente con il Parlamento, da questa vittoria della nazione Edoardo terzo avrebbe tratto un vantaggio proprio per la corona. Più lascia che il Parlamento intervenga nella sua politica, più questa politica diventa popolare. L'approvazione data dai Lord e dai Comuni (che appunto, sotto il regno di Edoardo si dividono in due camere) alle imprese del re, impegna la loro solidarietà. Per quanto costose, ormai è in gioco l'onore della nazione che si confonde con quello del re. Senza dubbio il Parlamento non ha fatto niente per spingere il re alla guerra contro la Francia. Sembra addirittura che all'inizio, Edoardo fosse così poco sicuro della sua volontà, da incominciare col prendere a prestito dai banchieri fiorentini il denaro necessario ai preparativi. Ma nel 1339 fa bancarotta ed è quindi costretto a rivolgersi ormai, fino in fondo, al fedele Parlamento. Così, la sua contesa è diventata quella del popolo. L'Inghilterra si sente impegnata sul proprio onore nella guerra del suo re; si è accanita per senso di orgoglio nazionale, il più potente di tutti i sentimenti. Nessuno, naturalmente, intraprendendo questa guerra poteva sapere dove avrebbe portato. Gli Inglesi non si sono certo aspettati di trovare in Francia un amor proprio e passioni nazionali pari ai loro. Avendo scatenato una lotta che non tollerava compromessi perché avrebbe dato al loro re nientemeno che la corona di Francia, sono dovuti andare fino in fondo senza deporre le armi se non quando lo sfinimento gliele ha fatte cadere di mano.
Ma come spiegarsi che la Francia non sia riuscita a respingere immediatamente e in maniera decisiva l'aggressione di Edoardo terzo? Tutte le possibilità, infatti, sembravano essere in suo favore. Non solo aveva il vantaggio di difendersi sul proprio territorio, ma la sua popolazione era certamente due o tre volte superiore a quella dell'Inghilterra, e la sua ricchezza assai più grande. Si noti inoltre che le sconfitte di Crécy, Poitiers e Azincourt non hanno rappresentato nulla di decisivo. Per gravi che siano state, non hanno annientato le sue forze e non le hanno impedito di proseguire la campagna. La causa della sua impotenza è altrove. Bisogna cercarla nei disordini dei quali fu preda a partire dalla metà del quattordicesimo  secolo e che si spiegano anch'essi, almeno in gran parte, con la natura dello Stato francese quale si è andato formando da Filippo Augusto a Filippo il Bello.
Questo Stato, lo si è visto a sufficienza, è essenzialmente monarchico. Al di fuori del re, non esiste alcun potere politico indipendente; non ci sono che funzionari o consigli, nessuno dei quali deve la propria origine, come il Parlamento d'Inghilterra, a una fonte diversa dalla corona. L'autorità regale che, di monarca in monarca, si è andata sempre più diffondendo sul paese e ne ha riunito insieme le parti separate dai principati feudali, si manifesta essenzialmente attraverso la protezione e la giustizia. Il re è il rappresentante legale del suo regno, il primo giustiziere della sua terra, il custode dei suoi sudditi. A questo deve il proprio ruolo sociale, e a questo deve la popolarità. Lo Stato al quale presiede è basato essenzialmente sull'idea di diritto. I suoi funzionari più importanti sono i balivi, funzionari della giustizia; il suo organo centrale più importante, il Parlamento di Parigi, una corte di giustizia. E il sentimento popolare che custodisce l'immagine di San Luigi che amministra la giustizia sotte le querce di Vincennes, qui è in perfetto accordo con la realtà. Filippo il Bello è arrivato fino agli estremi di questa concezione e il suo conflitto con il papa, in fondo, non è altro che una disputa sulla sovranità giuridica del re.
Ma lo Stato, per mantenersi, ha sempre più bisogno di finanze. Ora, tutto quel che rimaneva dell'antica fiscalità romana, vecchie imposte trasformate in canoni, dal decimo secolo è passato ai grandi vassalli. Per vivere, la corte ha solo le proprie terre e le rendite che ne provengono. A queste, aggiunge la rendita in denaro che dal tempo di Filippo Augusto riprende in abbondanza ai grandi vassalli92. Ricorre al prestito. Ma non basta. Sarebbe necessaria un'imposta, ma non ne dispone. Di qui, espedienti di alterazione monetaria sotto Filippo il Bello, tassazione del clero che mette il papa sul piede di guerra, soppressione dei Templari che fa scandalo, imbrogli con Italiani che truffano il tesoro. Non viene in mente di imporre una tassa ai sudditi, perché non è un'idea di diritto. La nozione dello Stato che estende le proprie competenze fino ad attingere alla fortuna privata di coloro che protegge non è ancora nata. Dal punto di vista finanziario, l'evoluzione è dunque molto più arretrata che dal punto di vista giuridico. Alla fine del tredicesimo secolo, insomma, non si è ancora superata la concezione che confonde le finanze pubbliche con le rendite del re. Da ciò derivano complicazioni estreme, nel momento in cui scoppierà la Guerra dei Cent'anni. Per pagare gli eserciti, assoldare mercenari, sovvenzionare gli alleati, il re si indebiterà e il disordine sarà ben presto così grande, che dovrà ricorrere all'aiuto di quei sudditi che non osa tassare, convocare gli Stati Generali e chiedere loro il denaro che non possiede. Ciò significherà scatenare una crisi terribile. Significherà aprire in piena guerra una specie di rivoluzione che ricorda quella dell'Inghilterra all'epoca della Magna Charta. Ma la situazione in Francia è ben più grave. Infatti, la coesione nazionale che la conquista normanna ha dato all'Inghilterra, qui, non esiste. La monarchia, che ha riunito le membra disjecta del paese, rivolgendosi al popolo, rimette tutto in discussione.
Sarà lo scompiglio. Le classi sociali di cui si compongono gli Stati Generali non si intendono. Il Terzo Stato, che si appoggia alle città e possiede il denaro, vorrà introdurre riforme che la monarchia non accetta. I principi approfitteranno delle circostanze per riconquistare un'influenza che hanno perduto. Le lotte di partito scateneranno le ambizioni politiche dei nobili di sangue. Etienne Marcel prepara la lotta dei Borgognoni e degli Armagnacchi. A eccezione del regno riparatore di Carlo quinto, si può dire che, dagli Stati Generali del 1355 fino al regno di Luigi undicesimo, la Francia è stata preda di una duplice guerra intestina: del Terzo Stato contro il re, e dei principi contro la corona. Tutto questo aveva origine nella crisi fiscale resa necessaria dall'organizzazione della monarchia, crisi di fiducia, se si può dire, necessaria per portare lo Stato dalla concezione capetingia a una concezione più completa, crisi nella quale, in mezzo ai disastri della guerra esterna, sembra che esso stia sul punto di soccombere.
Niente ancora lasciava presagire, negli anni che precedettero la grande guerra, che si dovesse arrivare a questo punto. I tre figli di Filippo il Bello, che, non avendo figli maschi, succedono uno dopo l'altro al padre: Luigi decimo(1314-1316), Filippo decimo(1316-1322), Carlo quarto (1322-1328), approfittano senza grande clamore della situazione che egli ha lasciato. Non si pone alcuna questione nuova. Il papato, stabilitosi ad Avignone, è ormai pieno di premure per la corona; si è in pace con l'Inghilterra dove il re Edoardo secondo, in conformità con quanto stipulato del Trattato di Montreuil, sposa Isabella, sorella dei tre sovrani. Solo la guerra di Fiandra si trascina per qualche anno per arrivare infine, sotto Filippo quinto, al Trattato di Parigi (1320), che cede alla monarchia le castellanie di Lille, Douai e Orchies e che con un matrimonio fa entrare nella famiglia reale l'erede della contea, Luigi di Nevers.
Nel momento in cui muore Carlo quarto, il regno gode quindi di una tranquillità profonda. Neanche l'estinzione della dinastia dei Capetingi fa insorgere alcuna difficoltà. Già alla morte di Luigi decimo, sua figlia era stata esclusa dalla successione, e salendo sul trono, Filippo di Valois non faceva quindi che approfittare di un principio proclamato dodici anni prima, conforme all'antico diritto reale franco, ammesso senza contestazioni da tutto il paese e così chiaramente inattaccabile che Edoardo terzo, nipote di Filippo il Bello per via di madre, al momento decisivo non sollevò alcuna protesta. Anche in linea femminile i suoi diritti erano tutt'al più preceduti da quelli di Giovanna, figlia di Luigi decimo, sposa di Filippo d'Evreux, alla quale il nuovo re, come misura prudenziale, cedette il regno di Navarra, a cui non si applicava in maniera chiara come in Francia la cosiddetta "legge salica".
Il suo regno si inaugurò sotto auspici favorevoli. Chiamato in aiuto dal conte di Fiandra contro la grande insurrezione dei tessitori borghesi e dei contadini della Fiandra marittima che, dal 1325, avevano unito i loro sforzi, questi contro la nobiltà, quelli contro i patrizi, il 23 agosto 1328 il re riportò a Cassel una vittoria che mise fine alla rivolta. L'anno dopo, Edoardo terzo gli prestava giuramento di vassallaggio per l'Aquitania. Una guerra sembrava così poco probabile che, d'accordo con il papa, il re preparava una Crociata o, per meglio dire, una spedizione francese in Oriente, che doveva salpare nel 1332.
In Inghilterra, il regno di Edoardo terzo aveva avuto un esordio meno propizio. Nuovi successi militari degli scozzesi lo avevano costretto a riconoscere (1328) l'indipendenza di quel paese, e il loro re, Robert Bruce, spezzava così il vincolo di vassallaggio al quale Edoardo I aveva sottoposto i suoi tenaci avversari. Fortunatamente per lui, la rivolta di Edoardo Baliol contro David Bruce, successore di Robert (1331), gli permise di ricostituire ciò che aveva appena disfatto. Si pronunciò in favore di Baliol, sconfisse le truppe del sovrano legittimo a Hallisdown Hill (1333) e lo costrinse a rifugiarsi in Francia, dove Filippo sesto lo accolse, così come Luigi quattordicesimo  avrebbe più tardi accolto Giacomo Stuart. Baliol si affrettò a rendere più sicura la propria situazione cedendo al vincitore il paese di Berwick e riconoscendo la signoria dell'Inghilterra sul regno che essa gli aveva procurato (febbraio 1334).
La simpatia dimostrata a David Bruce dalla corte di Francia fu interpretata da Edoardo terzo come un oltraggio, al quale reagì prodigando a sua volta attestazioni di fiducia a Roberto d'Artois, mortale nemico di Filippo sesto, che ricevette a Londra con grande strepito. I diritti che credeva o pretendeva di avere sulla corona di Francia dovettero ben presto renderlo propenso all'idea di riprendere la guerra che suo nonno aveva dovuto interrompere così bruscamente nel 1297. Giovane, attivo, popolare dopo la vittoria sulla Scozia, si lasciò trascinare dall'ambizione. Ma come tutti i grandi ambiziosi, era prudente, e non volle arrischiarsi se non dopo aver schierato dalla propria parte tutte le possibilità di successo. Ispirandosi all'esempio di Edoardo primo, si accinse prima di tutto ad assicurarsi l'alleanza dei principi dei Paesi Bassi. Il più importante di loro, il conte di Fiandra, Luigi di Nevers, si mostrò tanto fedele a Filippo sesto, da cui era stato salvato in occasione di una rivolta popolare, quanto Guy de Dampierre, nel 1297, era pronto a rompere con Filippo il Bello, il quale istigava contro di lui i patrizi. Ma dall'altra riva dell'Escaut, in quell'antica Lotaringia oggi frammentata in principati fiorenti, che dall'epoca del grande interregno godeva di una totale indipendenza sotto la signoria nominale dell'impero, doveva essere facile, pagando bene, reclutare alleati. Grazie ai banchieri fiorentini, che gli aprirono il più ampio credito, Edoardo poteva spendere senza dover lesinare. Diede carta bianca al conte Guglielmo secondo di Hainaut e d'Olanda, di cui, nel 1328, aveva sposato la figlia Filippina, protettrice di Froissart, e non ci volle molto a mettersi d'accordo, dietro pagamento di denaro sonante, con il duca di Brabante e con alcuni personaggi di minore spicco, quali i conti di Gheldria, di Clèves e di Juliers. Così come Edoardo primo nel 1297 si era comperato l'appoggio del re di Germania, Adolfo di Nassau, Edoardo terzo credette utile prendere al soldo l'imperatore Ludovico il Bavaro. Sperava senza dubbio che quel pover'uomo, di recente scomunicato da Giovanni ventiduesimo, trovasse nel proprio rancore contro il papato d'Avignone un motivo per rivalersi sulla Francia.
Nei Paesi Bassi, alla coalizione inglese, Filippo sesto contrappose un antico cliente della Francia, il vescovo di Liegi, e il re di Boemia, Giovanni il Cieco, alleato della sua casata, che però portò con sé dalla contea di Lussemburgo soltanto alcuni cavalieri. In Scozia, inviò soccorsi ai sostenitori di David Bruce che ripresero le armi.
Le ostilità iniziarono nel 1337. I Francesi incendiarono di sorpresa Guernsey e Portsmouth; gli Inglesi attaccarono un corpo di truppe fiamminghe nell'isola di Cadzant. L'anno successivo, il 22 luglio 1338, Edoardo terzo sbarcava ad Anversa con l'intenzione di infliggere gravi colpi. Ma i suoi alleati mancavano completamente d'entusiasmo. Ludovico il Bavaro si limitò ad assegnargli il titolo di vicario dell'impero e non si mosse. Il duca di Brabante e il conte di Hainaut-Olanda, Guglielmo terzo, che era appena succeduto al padre, cercavano chiaramente di sottrarsi agli impegni presi. Per trascinare simili alleati in una lotta che, per loro, era semplicemente occasione di sovvenzioni, sarebbe stato necessario pagare, pagare sempre, ed Edoardo, sovraccarico di debiti, aveva fatto bancarotta, trascinando alla rovina i suoi creditori fiorentini! Fortunatamente, per costringere il conte di Fiandra a passare dalla propria parte, ricorrendo nuovamente a una tecnica che già aveva avuto successo nei contrasti dell'Inghilterra con il conte, aveva proibito l'esportazione delle lane, indispensabili all'industria tessile di Gand, Bruges e Ypres. Malgrado la crisi provocata da questa misura, Luigi di Nevers era rimasto incrollabile nella sua fedeltà alla Francia. Ma i mestieri e i mercanti delle città non intendevano lasciarsi trascinare alla rovina o alla fame, e poiché il principe preferiva alla loro causa quella del suo signore, si occuparono direttamente della propria salvezza. Gand, dove da qualche anno dominavano i mestieri dell'industria tessile, aveva assunto il governo della contea sotto la direzione di un ricco borghese, Giacomo van Artevelde. Artevelde si mise in contatto con Edoardo; l'embargo sulle lane fu tolto e, per eliminare gli scrupoli che avrebbero potuto trattenere i borghesi dall'abbandonare Filippo sesto, loro signore, Edoardo venne a Gand, e al mercato del venerdì, si fece solennemente riconoscere come re di Francia. Così, tra la sua politica regia e dinastica e la politica borghese ed economica delle città fiamminghe, la solidarietà degli interessi stringeva un'alleanza alla quale la Fiandra si sarebbe mostrata saldamente fedele. In questa regione fondamentalmente industriale, dominata dalla borghesia, la politica, a differenza di tutti gli altri paesi del nord Europa, era subordinata alle considerazioni economiche.
L'entrata della Fiandra nell'alleanza inglese, garantiva a Edoardo una base solida al nord. Fino a quel momento, la guerra si era trascinata lungo la frontiera della Francia, con scaramucce e incendi di villaggi. Nel frattempo, alcuni cardinali inviati da Avignone cercavano invano di negoziare una pace di cui si accettava di parlare con loro solo per guadagnare tempo. Le operazioni potevano finalmente assumere la portata sognata da Edoardo. Egli si precipitò in Inghilterra per chiedere al Parlamento i sussidi che la bancarotta rendeva indispensabili e che lo stato di cose gli fece accordare. Il 23 giugno 1340, la sua flotta riportava davanti all'Ecluse una brillante vittoria sulla flotta francese, poi, insieme alle milizie fiamminghe e con l'aiuto dei principi, incoraggiati da quel bel successo, intraprese l'assedio di Tournai (22 luglio-settembre) che però fallì e portò alla Tregua d'Esplechin, poi prolungata negli anni che seguirono.
Così, malgrado il concorso della Fiandra, il piano d'attacco da nord non era riuscito. Van Artevelde moriva nel 1345 in una sommossa fomentata contro di lui dai tessitori di Gand. La coalizione dei principi si scioglieva. Ludovico il Bavaro, senza restituire il denaro che aveva riscosso, passava addirittura dalla parte di Filippo sesto, per il quale sarebbe stato un alleato inutile, così come lo era stato per Edoardo. Tra i due belligeranti, la situazione della Francia sembrava migliore. Essa approfittava della tregua per allargare la frontiera orientale. Nel 1343 comperava in contanti il Delfinato dal delfino Humbert secondo, titolo che, da quel momento, rimase legato all'erede della corona.
La tregua non impedì a Edoardo terzo di recarsi in Bretagna in aiuto della contessa di Montfort che contendeva il ducato a Carlo di Blois, sostenuto dalla Francia, e di inviare il conte di Derbi ad attaccare la Guascogna. Nel 1346 egli sbarcava all'improvviso in Normandia. Fu il punto di partenza di un capovolgimento completo. Una tattica nuova, che puntava sul ruolo degli arcieri in battaglia, avrebbe procurato agli Inglesi una serie di vittorie strepitose. Anche la composizione esclusivamente nazionale dell'esercito di Edoardo terzo dovette dargli, su un avversario che utilizzava in larga misura mercenari stranieri, la stessa forza che, nel sedicesimo secolo, avrebbe dato alle armate spagnole. La giornata di Crécy (26 agosto) dimostra queste caratteristiche. Malgrado il vantaggio numerico, i Francesi si videro infliggere una disfatta "moulte grande et moult horrible" (Froissart). Il re di Boemia, il conte di Fiandra e molti altri nobili signori rimasero tra i morti sul campo. Il vincitore approfittò di questo successo insperato per assediare Calais, che fu presa dopo undici mesi e che sarebbe tornata alla Francia soltanto nel 1558. Qualche settimana dopo Crécy, David Bruce, rientrato in Scozia, era stato sconfitto e fatto prigioniero a Nevil's Cross (17 ottobre). Gli Inglesi trionfavano dappertutto. Ma da entrambe le parti si sentiva il bisogno di prendere respiro. Dietro intervento del papa, nel settembre del 1347, fu conclusa una tregua che il manifestarsi della peste nera fece protrarre di un anno e che, rinnovata di volta in volta, durò fino al 1355.
Da entrambe le parti si era approfittato di questa pausa per preparare un'azione decisiva. Grazie ai sussidi del Parlamento, gli Inglesi avevano messo insieme tre armate, una in Aquitania, l'altra in Bretagna e la terza in Normandia. Il nuovo re di Francia, Giovanni secondo il Buono93 (1350-1364), si era deciso a convocare gli Stati Generali che gli avevano accordato i mezzi per equipaggiare 30.000 uomini. Egli li guidò contro il Principe Nero che imperversava in Aquitania. La battaglia che gli sferrò a Maupertuis, presso Poitiers, il 19 settembre 1356, si concluse con una catastrofe ancor più clamorosa di quella di Crécy. Giovanni stesso fu fatto prigioniero e mandato in Inghilterra.
Questo disastro scatenò immediatamente in Francia la prima delle crisi che la monarchia avrebbe dovuto affrontare da quel momento, fino alla metà del quindicesimo secolo. Gli Stati Generali del 1355, nei quali dominava l'influenza della borghesia, guidata dal prevosto dei mercanti di Parigi, Etienne Marcel, avevano acconsentito alle imposte richieste dal re solo in cambio di un'ampia partecipazione al governo. Avevano concordato che avrebbero percepito e amministrato direttamente i nuovi balzelli, nonché reclamato garanzie attinenti al loro diritto di riunirsi in futuro e all'introduzione di riforme nell'amministrazione. Una grande vittoria avrebbe senza dubbio permesso al re di soffocare un'opposizione a cui la fortuna avversa gli impedì di opporre resistenza. Un'opposizione che si mostrò tanto più ardita in quanto era stata incoraggiata dal re di Navarra, Carlo il Malvagio, ambizioso e senza scrupoli, e propenso a intorbidire le acque proprio perché solo sul disordine poteva contare per far valere, in qualità di figlio di Giovanna d'Evreux i suoi pretesi diritti sulla corona di Francia.
Così, alla metà del quattordicesimo  secolo, la monarchia francese si vedeva tutt'a un tratto costretta a fare i conti con quella borghesia che un tempo l'aveva aiutata a combattere i feudatari e a fare l'unità del regno. Incontrastata e indiscussa da un secolo, la monarchia si vedeva intimare di chiamare la nazione a condividere con lei l'esercizio del potere. La Francia, dopo la battaglia di Poitiers, offriva lo stesso spettacolo che centocinquant'anni prima l'Inghilterra aveva dato dopo la battaglia di Bouvines. Adesso come allora, il disordine delle finanze e la disfatta portarono a una rivoluzione. Non c'è da stupirsi che questa avesse tardato molto di più in Francia che in Inghilterra. Infatti, l'unità politica e nazionale che ne è la condizione necessaria, all'Inghilterra è stata imposta bruscamente, fin dalla fine dell'undicesimo secolo, all'epoca della conquista normanna, mentre la Francia vi è arrivata sotto il regno di Filippo il Bello, solo attraverso una lunga serie di sforzi. Ma la differenza che la storia dei due paesi presenta su questo punto non è una semplice differenza cronologica. In Inghilterra, la resistenza contro Giovanni senza Terra è stata organizzata e diretta dai baroni, vale a dire dalla classe militare, dietro alla quale, sollevando le stesse proteste e reclamando gli stessi diritti, si è unito il resto della nazione. Niente del genere accade in Francia sotto Giovanni il Buono. Qui, è la borghesia, vale a dire la classe mercantile e industriale, a prendere il comando del movimento. Ora, tra questa borghesia e la nobiltà, non è possibile alcuna intesa. I privilegi dell'una si oppongono a quelli dell'altra e hanno fatto nascere tra loro un'ostilità che i disastri di Crécy e di Poitiers, di cui i borghesi rendono responsabile la cavalleria, hanno portato al culmine. È troppo tardi, alla metà del quattordicesimo  secolo, perché il feudalesimo francese possa esprimere dal proprio seno un Simone di Montfort. Se qualche grande signore asseconda gli sforzi del Terzo Stato, non sarà altro che per interesse personale, rancore o ambizione e per abbandonare alla prima occasione degli alleati che disprezza. Per il clero vale quel che si è detto per la nobiltà. I suoi rappresentanti pensano soltanto a difendere le proprie prerogative e immunità. In breve, tra il Parlamento in Inghilterra e gli Stati Generali in Francia, il contrasto è quanto di più stridente si possa immaginare. Il primo unisce di fronte al re le diverse classi della nazione che deliberano insieme e frenano di comune accordo l'espressione della propria volontà; i secondi, composti di tre ordini che discutono e votano separatamente, formano in realtà tre assemblee distinte di privilegiati, incapaci di intendersi, le cui divergenze e i cui conflitti offrono alla corona un mezzo assai facile per sfuggire alla loro ingerenza. D'altro canto, nel corso del tredicesimo secolo, i punti essenziali della competenza e delle attribuzioni del Parlamento sono stati fissati dalla consuetudine; esso è diventato un organo di governo indispensabile. Gli Stati Generali, al contrario, sono semplicemente un'istituzione di circostanza, un'ultima ratio a cui si ricorre solo in momenti di dissesto finanziario. Ogni convocazione corrisponde a una crisi del tesoro; vengono riuniti esclusivamente per chiedere loro di pagare. Ed è proprio questo che dà alla borghesia il ruolo preminente che vi svolge. Infatti, non godendo di immunità finanziarie, né di titoli di nobiltà, né dello stato clericale, chi è chiamato a pagare è soprattutto la borghesia ed è scontato che in cambio delle imposte che vota, intenda definire delle garanzie. Per quanto è possibile giudicare dai sessantasette articoli consegnati al delfino da Etienne Marcel, il suo ideale è di imprimere all'amministrazione del regno lo stesso spirito di controllo e di legalità proprio delle amministrazioni urbane. I funzionari del re, soprattutto coloro che si occupano delle finanze devono cessare di essere irresponsabili nei confronti dei contribuenti. Il governo deve accettare la collaborazione permanente degli Stati Generali, e associarli alla propria azione. Ma quando Marcel parla degli Stati Generali, pensa prima di tutto alla borghesia e in particolar modo alla borghesia parigina. Da questo primo incontro del re di Francia con la nazione, Parigi prende infatti il comando del movimento, senza che nessuno pensi di opporvisi. La sua importanza di capitale, che deve alla corona, viene ora utilizzata dal suo popolo contro di essa. La città regale è talmente "senza pari", è talmente al di sopra di tutte le altre città del regno per popolazione, ricchezze e attività, nonché per turbolenza, è già così tanto il centro del paese, il punto a cui si volge l'attenzione universale che, dalla metà del quattordicesimo  secolo, le sue agitazioni scuotono tutta la Francia, la voce dei suoi tribuni ha eco su tutta la nazione e le sue sommosse sono "giornate storiche". Il delfino lo comprese così bene che, inaugurando una tattica in seguito dopo di lui tanto spesso ripresa, fino al diciannovesimo secolo, decise di allontanare gli Stati Generali da quel focolaio arroventato e li riunì a Compiègne (1358). L'opposizione parigina si fece ancor più accanita. Sembrava che stesse per scoppiare la guerra civile. Marcel trattava con il re di Navarra e con il re d'Inghilterra, esortava Gand e le città fiamminghe a unire i loro sforzi ai suoi contro "le malvagie e folli imprese, di modo che noi tutti possiamo vivere in vera libertà", quando l'esplosione della Jacquerie mise a nudo la crisi.
Il peso delle nuove imposte, accompagnato dagli eccessi delle bande di mercenari licenziati dopo Poitiers, che per vivere si sparpagliavano su tutto il paese, aveva portato all'esasperazione i contadini della Champagne, della Piccardia e del Beauvisis. Le disfatte della nobiltà a Crécy e a Poitiers avevano dissipato il timore che essa ispirava loro. Attribuivano il suo dissesto alla vigliaccheria. Sentivano confusamente che i privilegi di cui godeva non si giustificavano altro che per il ruolo militare, un ruolo che si era appena dimostrata incapace di assolvere. Il gentiluomo apparve loro d'un tratto come il nemico del popolo. Bande armate di bastoni ferrati si misero a scorrazzare per il paese e ad assaltare i castelli. I primi successi li resero più audaci. Ben presto tutti i contadini insorsero. Nessun piano generale in questa rivolta, nessun capo riconosciuto, nessuna rivendicazione precisa. È un sussulto di disperazione, un'esplosione di rabbia. Spaventata, la borghesia, al riparo delle sue mura, sta a guardare la sommossa senza prendervi parte, ripromettendosi senza dubbio di approfittarne, se avrà successo. Ma come avrebbe potuto averne? La cavalleria pesante che gli arcieri inglesi erano riusciti a battere, avrebbe avuto ragione di questi "villani neri e piccoli e male armati" (Froissart, V, 105), che uccidevano i loro figli, violentavano le loro donne e davano fuoco ai loro manieri. Tra loro, c'era la stessa disparità che passa tra scioperanti e truppe regolari. Dopo il primo attimo di smarrimento, la nobiltà scese in armi, e fu un massacro. I "Jacques", decimati, fecero ritorno ai loro villaggi, convinti della propria impotenza. In Francia, non ci sarebbero state più sollevazioni rurali, fino alla grande Rivoluzione!
Questa scossa riportò la nobiltà dalla parte del delfino e spezzò i legami assai deboli che, qua e là, avvicinavano alcuni dei suoi membri al partito borghese delle riforme. I nemici di Marcel si imbaldanzirono. Contro di lui fu ordito un complotto e il 31 luglio 1358 egli fu assassinato, come quindici anni prima Jacques van Artevelde, al quale la sua politica lo fa assomigliare in maniera straordinaria. Questa morte non mise fine all'assemblea degli Stati Generali. Il delfino, nello stato di esaurimento in cui si trovava, non poteva fare a meno della loro collaborazione. Edoardo terzo nel 1359-1360 assediava Reims e avanzava senza incontrare resistenza fino in Borgogna. Era indispensabile concludere la pace, che fu firmata a Brétigny (vicino a Chartres) il 9 maggio 1360. Edoardo riceveva la Guascogna, l'Aquitania, il Poitou, Calais e la contea di Guiñes in piena sovranità, più tre milioni d'oro, e in cambio di ciò rinunciava alle pretese sul resto della Francia. L'Inghilterra ridiventava dunque, a spese della Francia, una potenza continentale. Si era di nuovo in una situazione che ricordava in maniera singolare l'epoca dei primi Plantageneti. Le dimensioni dello Stato ritornavano pressappoco quelle che erano all'inizio del regno di Filippo Augusto.
Questa semplice constatazione basta a dimostrare come i risultati della Pace di Brétigny fossero inaccettabili. Lo Stato francese non era, come i possedimenti territoriali delle casate di Baviera, di Lussemburgo e d'Austria, una semplice giustapposizione di paesi e di popoli che combinazioni dinastiche mettevano insieme o disfacevano con altrettanta facilità. Esso poggiava solidamente tanto sull'unità geografica quanto su quella della nazionalità e degli interessi. Sottratto dai sovrani allo spezzettamento feudale da quando era scomparsa l'organizzazione economica agraria su cui quello si fondava, di monarca in monarca, si era unito intorno ai suoi re, la cui azione era stata così pronta e feconda soltanto perché rispondeva alla natura delle cose. Le annessioni che era stato necessario consentire a Edoardo terzo evidentemente, non erano altro che un sacrificio transitorio. Per l'Inghilterra, conservare le nuove province francesi era impossibile come lo sarebbe stato per la Francia appropriarsi della contea di Kent. È chiaro che la Pace di Brétigny era semplicemente una tregua. Quale speranza poteva esistere che la Francia accettasse come duratura una situazione che era per lei un'umiliazione e una minaccia permanente? E in che modo l'Inghilterra avrebbe potuto conservare conquiste vaste quanto tutto il suo territorio, in contrasto con il desiderio delle popolazioni?
Carlo quinto (1364-1380), che succedette al padre, Giovanni secondo, nel 1364, non poteva pensare a rompere la pace appena conclusa. Il regno era sfinito dalle imposte e più che mai saccheggiato dalle compagnie di mercenari che vivevano alle spalle dei suoi abitanti. Il re riesce molto abilmente a liberarne i sudditi, pur impiegandole contro l'Inghilterra. Enrico di Trastamare, che combatteva in Castiglia contro Pietro il Crudele, alleato di Edoardo terzo, aveva fatto appello alla Francia. Du Guesclin ricevette l'ordine di marciare in suo aiuto alla testa dei mercenari. Pietro il Crudele fu sconfitto (1369) e fra Carlo quinto ed Enrico di Trastamare - nemico occasionale per via dei possedimenti inglesi d'Aquitania - fu concluso un trattato d'alleanza. Allo stesso tempo, a nord, la diplomazia regia riportava un altro successo. Il conte di Fiandra, Luigi di Maele, figlio di Luigi di Nevers ucciso a Crécy, si era dissociato dalla politica del padre e aveva adottato una neutralità ambigua che, costringendo Francia e Inghilterra a non urtare la sua suscettibilità, gli aveva procurato una situazione tanto più vantaggiosa in quanto, non avendo un erede maschio, teneva sulla corda i due belligeranti, mercanteggiando con entrambi il matrimonio della figlia Margherita. In questa lotta al rilancio, Carlo quinto finì con l'avere la meglio. In cambio della restituzione alla Fiandra di Lille, Douai e Orchies, cedute nel 1320, Luigi acconsentì all'unione di sua figlia con il fratello del re, Filippo l'Ardito, che nel 1361 aveva ricevuto come appannaggio il ducato di Borgogna (29 giugno 1369). Sembrava che la "questione fiamminga" che tanto aveva occupato la corona dai tempi di Filippo Augusto, fosse sul punto di risolversi, perché la successione della potente contea era assicurata a un principe reale.
Carlo quinto si sentiva ora abbastanza forte da attaccare l'Inghilterra a viso aperto. Una rivolta in Aquitania contro il Principe Nero gli servì da pretesto per denunciare la Pace di Brétigny. Gli Stati Generali si affrettarono ad accordare i sussidi necessari e la guerra, energicamente condotta da Du Guesclin, si svolse dando alla Francia una serie ininterrotta di successi. Nel 1372, la flotta di Castiglia batteva quella d'Inghilterra davanti alla Rochelle. Sulla terraferma, agli Inglesi erano rimaste soltanto Calais, Bordeaux e Bayonne, quando Edoardo terzo morì nel 1377, due anni dopo il Principe Nero, lasciando il regno al figlio di questi, Riccardo secondo, un bambino di nove anni. Ed è a un altro bambino, Carlo sesto che, tre anni dopo, la morte di Carlo quinto abbandonava la Francia.



2. Il periodo borgognone.

Le due reggenze che, sotto questi re minorenni, si aprirono quasi contemporaneamente in Inghilterra e in Francia, furono entrambe tempestose. Per quanto diversi siano gli eventi nei due paesi, le istanze che li muovono sono identiche; il malcontento del popolo, provocato dalla pesantezza delle imposte di guerra, e l'ambizione dei principi reali incaricati della reggenza.
Il regno di Riccardo secondo è rimasto celebre per la grande sollevazione rurale del 1381. La causa principale è, come per la Jacquerie, la miseria della popolazione delle campagne, le cui sofferenze non attirano l'attenzione del Parlamento più di quanto non avessero attirato quella degli Stati Generali. E in che modo potrebbero occuparsene le assemblee politiche, se ciò accade al di fuori delle classi privilegiate, le sole che esse rappresentano? Per loro, i contadini sono quello che all'inizio del diciannovesimo secolo sarebbe stato il proletariato industriale per i governi censitari: la massa priva di diritti sulla quale si fonda l'edificio sociale e della quale ci si occupa solo quando i suoi movimenti scuotono la società che su di essa poggia.
Come dappertutto, nel tredicesimo secolo, la situazione dei contadini inglesi era notevolmente migliorata. Ma durante la prima metà del quattordicesimo , il progresso si era arrestato per effetto di cause generali di cui abbiamo già parlato. Il rincaro della vita e il rialzo dei salari, provocati dalle devastazioni della peste nera, nel 1350, avevano indotto la nobiltà a chiedere al Parlamento una legge che riportasse il salario degli operai agricoli ai tassi del 1347 (Statui of labourers). Quindi, imbaldanzita da questo successo, si adoperava per ristabilire antichi diritti feudali, esigere corvè cadute in disuso e riportare i contadini alla servitù della gleba. Se a ciò si aggiunge il peso crescente delle imposte, si capirà quali fermenti di odio dovessero svilupparsi negli animi. L'agitazione religiosa scatenata da Wycliffe provocò la catastrofe finale, esattamente come più tardi, nel sedicesimo secolo, la propaganda luterana avrebbe fatto scoppiare in Germania la guerra dei contadini. Senza dubbio, né Wycliffe né Lutero hanno spinto le masse alla rivolta. Ma entrambi, facendo vacillare in loro la reverenza per l'autorità religiosa, le portarono a insorgere contro l'ordine sociale di cui soffrivano e che la Chiesa tradizionale aveva insegnato loro a rispettare. In ciò i rivoltosi inglesi del 1384 differiscono dai Jacques della Francia del 1357. Questi non obbediscono che alla miseria; quelli sono tanto più temibili perché, a spingerli, al pungolo della miseria si aggiunge il sentimento di essere vittime di una chiesa e di una società entrambe corrotte dall'amore per la ricchezza. Alla loro testa non hanno soltanto braccianti agricoli come Wat Taylor, ma anche poveri preti, come John Ball, le cui predicazioni lollarde, all'epoca, hanno acceso in tanta povera gente la speranza appassionata in un ingenuo comunismo.
Ma i contadini non potevano sostenere l'urto di quella gendarmeria corazzata che era la nobiltà. Come la Jacquerie, la loro sollevazione finì in un massacro, e come quella, non ebbe domani.
Nel frattempo, la guerra contro la Francia continuava a riportare soltanto insuccessi. L'Inghilterra lasciava che i cittadini di Gand venissero annientati nella battaglia di Roosebeke e l'anno successivo, la spedizione che inviava contro Ypres al comando del vescovo di Norwich (1383), fallì miseramente. Nel 1388, ci si dovette rassegnare ad accettare una tregua, rinnovata per vent'anni nel 1396. Questi rovesci accrebbero il malcontento della nazione contro il governo del re. Riccardo, appena uscito dalla tutela, aveva voluto scuotere l'autorità crescente che il Parlamento aveva acquistato durante il regno di Edoardo terzo, ma nel 1384 era arrivato semplicemente all'umiliazione di vedere i propri consiglieri condannati a morte. Suo zio, Tommaso di Gloucester, aveva capeggiato la resistenza. Contro di lui, il re si unì all'altro suo zio, Giovanni di Lancaster, e riuscì a fare accusare Gloucester di alto tradimento; riuscì inoltre a ottenere dal Parlamento un'imposta permanente, di cui si affretta ad approfittare per astenersi, d'ora in poi, dal convocare la pericolosa assemblea. Questo nuovo tentativo di restaurare in Inghilterra il potere personale della corona, dopo quelli mancati di Enrico terzo e di Edoardo secondo, non avrebbe avuto maggior successo. Come avrebbe potuto il re disfarsi del Parlamento, organo della triplice forza della nobiltà, del clero e della borghesia? Sembra che egli abbia vagheggiato di appoggiarsi ai Lollardi e alle masse popolari ancora frementi di rivolta. Ma quando Enrico di Lancaster, dopo la morte del padre, ebbe chiamato la nobiltà a prendere le armi contro di lui, nessuno si levò a difenderlo. Nel 1399, il Parlamento, facendo ricorso per la seconda volta al diritto che si era arrogato sotto Edoardo secondo, lo privò della corona per darla, ancorché non fosse l'erede più prossimo, a Enrico di Lancaster (1399-1413).
Il nuovo re era nella stessa situazione in cui si sarebbe trovato Guglielmo d'Oranges nel 1689, quando succedette a Giacomo secondo. Il Parlamento al quale doveva il trono si attendeva delle garanzie, che egli si affrettò a dargli. Per conciliarsi i lord spirituali, troncò di netto con i Lollardi, introdusse l'inquisizione in Inghilterra e proibì la traduzione della Bibbia in volgare.
Guerre con la Scozia e con il paese del Galles in rivolta gli impedirono di soddisfare le aspirazioni bellicose della nobiltà e di rompere la tregua conclusa con la Francia. Sarebbe stato suo figlio, Enrico quinto, a riaprire questa lotta sterile, riportando nuove vittorie dai risultati strepitosi ed effimeri come lo erano state quelle di Crécy e di Poitiers.
Mentre Riccardo secondo, Enrico quarto ed Enrico quinto si succedevano sul trono d'Inghilterra, la lunga reggenza a cui prima la giovane età e poi, poco dopo, la follia di Carlo sesto (1380-1422) condannarono la Francia durante il suo regno, riapriva in questo paese l'èra delle agitazioni e delle competizioni che Carlo quinto aveva messo a tacere senza eliminarne la causa. Gli zii del re, incaricati del governo durante la sua minore età, cercavano soprattutto di sfruttare il potere nel proprio interesse personale. Luigi d'Angiò, che la regina Giovanna di Napoli aveva da poco nominato suo erede, era impegnato a preparare una spedizione in Italia; Filippo di Borgogna volgeva ansioso lo sguardo verso la Fiandra, sua futura eredità.
Dai tempi della peste nera, il rincaro della vita, non compensato dall'aumento dei salari, manteneva tra la popolazione industriale delle città un'agitazione quanto mai pericolosa. I tessitori, i più numerosi, i meglio organizzati e i più intraprendenti tra gli operai dell'industria tessile, assumevano ovunque un atteggiamento minaccioso e si ponevano come difensori dei poveri contro i ricchi. L'antagonismo sociale andava crescendo di anno in anno, mosso ancora da quel misticismo comunista i cui aderenti si incontravano numerosi in seno al proletariato. Nel 1379, i tessitori di Gand erano riusciti a impadronirsi del potere e subito dopo i loro compagni di Bruges e di Ypres li avevano imitati. In questa Fiandra, dove la grande industria dominava già da tanto tempo la vita urbana e riduceva la maggior parte dei lavoratori alla condizione di salariati, il conflitto economico latente tra datori di lavoro e lavoratori scoppiava, traducendosi in una vera e propria lotta di classe. Quel che esigevano i rivoltosi era assai più dei diritti politici. Che cosa era dunque? Non avrebbero saputo dirlo con chiarezza neanche loro, perché si trattava di quello stato indefinibile a cui aspirano, a un tempo, gli appetiti più grossolani e il più puro amore della giustizia, e il cui pensiero di volta in volta consola o esaspera gli infelici. La loro vittoria nelle tre grandi città ebbe come effetto immediato di riunire contro di loro e di stringere intorno al conte tutti quelli "che avevano qualcosa da perdere", mercanti, imprenditori, sensali, artigiani arricchiti, difensori dell'ordine che garantiva i loro beni contro la rivoluzione che li minacciava.
I tessitori di Bruges e di Ypres non poterono tener testa alla coalizione dei nemici. Ma quelli di Gand rimasero indomabili. La loro città, bloccata dalla cavalleria di Luigi di Maele, che non osa attaccarla a viva forza, attira da lontano l'attenzione appassionata di tutti coloro che soffrono sotto il governo dei ricchi e dei potenti. I mestieri di Liegi le inviano viveri; sul suo esempio, Malines insorge, mentre in Francia il popolo di Parigi e di Rouen si solleva al grido di "Viva Gand!". Un vero e proprio contagio sociale si diffonde dall'eroica città. Affamata, non pensa ad arrendersi. Filippo van Artevelde, a cui ha affidato il comando, trascinandola in uno sforzo supremo, viene a dare battaglia decisiva, sotto le mura di Bruges, all'armata di Luigi di Maele e, contro qualsiasi aspettativa, la fa a pezzi. Gand è di nuovo padrona della Fiandra, e ovunque, ancora una volta, i tessitori dettano legge in tutte le città.
A Filippo l'Ardito non fu difficile, invocando la necessità di soffocare in Fiandra il focolaio di una rivolta tanto contagiosa, far decidere dalla corte una spedizione che gliene avrebbe assicurato l'eredità. Gli abitanti di Gand e i loro seguaci furono vinti a Roosebeke, e Luigi di Maele riprese possesso della sua contea. Aveva appena ereditato dalla madre l'Artois e la Franca Contea di Borgogna, tanto che alla sua morte, nel 1384, insieme alla Fiandra, Filippo l'Ardito ebbe quei territori che, uniti al suo ducato di Borgogna, gli diedero una potenza quale nessun vassallo della corona aveva mai posseduto prima di lui. In questa straordinaria fortuna, quindi, non si vide altro che un successo della politica regia. Il risultato preparato da Carlo quinto era stato raggiunto. La Fiandra, passando nelle mani di un principe di sangue, non rappresentava forse la rottura definitiva con l'alleanza inglese e il preludio certo di un'unione più stretta in avvenire?
Filippo non mancò di approfittare della situazione che legava il suo interesse personale a quello del regno. Dall'inizio del tredicesimo secolo, la politica regia non aveva cessato di lavorare per sottomettere alla propria influenza tutti i principi dei Paesi Bassi. Di nome vassalli dell'impero, di fatto, dai tempi del grande interregno, mantenevano nei suoi confini una completa indipendenza ed erano del tutto indifferenti alle sue controversie. Così come tutto il movimento economico dei loro territori si orientava verso le coste fiamminghe, allo stesso modo, tutta la loro politica era occidentale. Voltando le spalle all'impero, dividono le simpatie tra Parigi e Londra, secondo il gioco dei loro interessi. La civiltà avanzata di questi paesi, la diffusione generalizzata dei costumi francesi, l'affinità delle istituzioni a cui bisogni economici analoghi e il diffuso predominio della borghesia avevano dato luogo nei diversi principati, malgrado la diversità di popolazioni da cui erano formati - Valloni a sud e Fiamminghi a nord - avevano risparmiato loro le lotte razziali che, a Oriente dell'Europa, mettevano a confronto, con tutta la brutalità dell'istinto, Slavi e Tedeschi. Pertanto, le mescolanze dinastiche che, nel corso del tredicesimo secolo avevano avuto luogo fra territori diversi prima indipendenti, erano state durature. Dal 1286 l'unione dei ducati di Brabante e di Limburgo, e dal 1250 quella delle contee di Hainaut, d'Olanda e di Zelanda, formavano come il prodromo di un movimento di unificazione che in seguito non si sarebbe più interrotto. L'estinzione delle piccole dinastie locali, nel momento in cui Filippo l'Ardito acquistava potere in Fiandra, aveva fatto sì che due delle casate in lotta per la supremazia in Germania ereditassero quei territori. Nel 1345, la casata di Baviera aveva ereditato le contee di Hainaut, Olanda e Zelanda, e nel 1355 il matrimonio di Giovanna, erede del Brabante e del Limburgo, con Venceslao, fratello dell'imperatore Carlo quarto, permetteva alla casata del Lussemburgo di contare in avvenire sul possesso di quelle due belle province. Ma tutte prese dalle loro dispute sulla Germania, nessuna di queste due casate era in grado di sostenere efficacemente la posizione dei propri rappresentanti nei Paesi Bassi. A Filippo l'Ardito, invece, che disponeva delle risorse e delle forze del governo sotto il nipote Carlo sesto, non ci volle molto ad avere la meglio su entrambe. Nel 1355, univa con un doppio matrimonio il figlio Giovanni a Margherita di Baviera e Guglielmo di Baviera, conte di Hainaut, alla figlia, mentre, per garantire ancora l'alleanza - che era in realtà un protettorato - faceva sposare Isabella di Baviera, figlia del duca di Hainaut-Olanda, al re Carlo sesto. Tre anni dopo, poiché la duchessa di Brabante era in guerra con il duca di Gheldria, convinse Carlo sesto a muovere l'armata francese contro quell'alleato dell'Inghilterra. La spedizione ebbe l'unico risultato di consegnare il ducato a Filippo. Poiché Venceslao di Lussemburgo era morto da poco, la duchessa di Brabante stracciò la convenzione con la quale riconosceva i Lussemburghesi suoi eredi e assicurò la successione a Filippo che, a sua volta, per paura di urtare il sentimento di autonomia dei Brabantini, la cedette al suo secondogenito Antonio. Così, quando nel 1404 morì, l'influenza della sua dinastia nei Paesi Bassi si era enormemente accresciuta. Ma la ricchezza di questi paesi era tale, la loro situazione politica così propizia, che ben presto la duchessa vi si sarebbe insediata e che, dimenticando la propria origine francese, per un'ambizione che si sarebbe necessariamente mescolata agli istinti dei suoi sudditi del nord, si sarebbe naturalizzata presso di loro. Carlo quinto aveva sperato di restituire la Fiandra alla corona assicurandola al fratello. L'ironia della storia volle che il matrimonio del 1369 fosse il punto di partenza di quella potenza borgognona che sarebbe diventata ben presto la più feroce nemica della Francia.
Già sotto Giovanni senza Paura (1404-1419), successore di Filippo l'Ardito, si può scorgere l'inizio di quell'evoluzione che, dal puro Valois che era ancora suo padre, già fa di lui, prima di tutto, un principe borgognone. Non c'è dubbio che gli interessi dei suoi paesi del nord, e in primo luogo della Fiandra, determinino i princìpi della sua politica. L'industria fiamminga lo costringe a non mettersi in urto con l'Inghilterra a cui si riavvicina fin dall'inizio del suo regno, e poiché i Fiamminghi riconoscono il papa di Roma, usa tutto il proprio potere per mettere fine allo scisma. Allo stesso tempo, si impegna ad accrescere ancora la posizione della sua casata nei Paesi Bassi. Fa sposare Jacqueline di Baviera, futura erede dello Hainaut-Olanda al nipote Giovanni di Brabante. Nel 1408, estende la propria influenza fino alla Mosa, venendo in aiuto al vescovo di Liegi, Giovanni di Baviera, contro i cittadini in rivolta, che fa a pezzi a Othée.
I progressi della potenza borgognona a nord minacciavano troppo direttamente la Francia perché questa potesse assistervi impassibile. Poiché la follia metteva il re fuori causa, suo fratello, il duca d'Orléans, impresse al governo una condotta interamente ostile a Giovanni senza Paura. Il 23 novembre 1407, il suo rivale lo faceva assassinare. Fu il segnale di una guerra civile che non aspettava altro che l'occasione per scoppiare.
La disfatta di Gand a Roosebeke, nel 1382, aveva deciso le sorti dell'insurrezione parigina. Rientrando vittorioso nella capitale, il re aveva parlato da padrone, soppresso le franchigie della città, e messo fine a quell'èra di riforme e di convocazioni degli Stati Generali, iniziata con Etienne Marcel. L'opposizione vinta, era soltanto più esasperata. Mancava solo un capo perché riprendesse le armi. Giovanni senza Paura, vedendosi levare contro i sostenitori del duca d'Orléans, sotto la guida del conte d'Armagnac, legò immediatamente la propria causa a quella della democrazia urbana. Si pose come difensore del popolo contro lo sfruttamento dei nobili e della corte, ostentò atteggiamenti demagogici e il grido di "Viva Gand!" che venticinque anni prima aveva risuonato a Parigi, fu sostituito da quello di "Viva la Borgogna!". Così, la politica dinastica che, nei Paesi Bassi, faceva del duca il nemico degli artigiani di Liegi, in Francia lo poneva alla testa degli artigiani parigini, ne faceva il sostenitore di tutte le loro rivendicazioni e lo spingeva ad andare mano nella mano con il macellaio Caboche, lasciando che i suoi mattatori massacrassero gli Armagnacchi. Quando nel 1413 furono convocati gli Stati Generali, che non erano più stati riuniti da trent'anni, egli vi sostenne tutte le riforme richieste dai "Cabochisti", attento prima di tutto a non alienarsi la popolarità delle masse. Quanto agli interessi del regno, nella sua politica non ve n'è traccia. L'anno dopo, quando Enrico quinto riprende le armi contro la Francia, egli si confina in una neutralità così benevola da rasentare l'alleanza.
Lo stato di disorganizzazione in cui era caduta la Francia la rendeva incapace di una resistenza energica. Con un sovrano pazzo, la borghesia ostile, il duca di Borgogna che si ostinava, il peso della lotta ricadeva sul partito Armagnacco come se la guerra esterna non fosse stata che un episodio della guerra civile. Il disastro di Azincourt (25 ottobre 1414) consegnò la Normandia agli Inglesi. Si volle trattare. Le pretese del vincitore furono talmente esorbitanti che Giovanni senza Paura, il cui fine era quello di neutralizzare, l'una con l'altra, Francia e Inghilterra, si avvicinò al delfino, intorno al quale si stringevano ora gli Armagnacchi. Ma le passioni erano troppo scatenate per potersi sottomettere all'interesse nazionale. Il 20 settembre 1419, all'incontro di Montereau, un colpo d'ascia gli faceva pagare l'assassinio del duca d'Orléans.
Nel momento in cui la casata di Borgogna si stava riavvicinando alla Francia, questo crimine la rigettò con tutto l'ardore possibile nell'alleanza inglese. Per tredici anni, il figlio di Giovanni senza Paura, Filippo il Buono (1419-1467), si sarebbe accanito a umiliare il regno con un furore che nasceva dalla vendetta ed era guidato dall'interesse politico. Infatti, se egli mise le proprie forze a disposizione dell'Inghilterra, fu a patto che questa gli lasciasse mano libera al nord e lo aiutasse a conquistare i Paesi Bassi, così come lui la aiutava a conquistare la Francia. La popolarità di cui aveva goduto suo padre tra i borghesi gli facilitò il compito. Gli Stati Generali non esitarono a riconoscere Enrico quinto come il successore di Carlo sesto. Il delfino, privo di energia, di talenti militari, di popolarità, e non disponendo che di truppe insufficienti e sfiduciate, fu ben presto costretto a ripiegare al di là della Loira. La morte di Enrico quinto e quella di Carlo sesto, che si susseguirono a qualche mese di distanza nel 1422, permisero agli Inglesi e ai Borgognoni di far proclamare a Parigi Enrico sesto, un bambino di pochi mesi, re di Francia e d'Inghilterra. Dopo settant'anni di guerra, lo scopo perseguito da Edoardo terzo e da lui lasciato in eredità all'ambizione dei suoi successori, era raggiunto! Il duca di Bedfort fu incaricato della reggenza e del completamento della conquista del regno. L'avvenire del delfino, ritirato a Bourges, e a cui la morte di Carlo sesto aveva fatto prendere immediatamente il nome regale di Carlo settimo, pareva assai precario.
Ma lo era molto meno in realtà che in apparenza. I progressi degli Inglesi al nord erano stati favoriti dall'alleanza con la Borgogna. Ma Filippo il Buono non poteva evidentemente lasciare che le sue truppe operassero troppo lontano dai Paesi Bassi, dove la sua politica diventava più attiva che mai. D'altra parte, tra Bedfort e suo fratello Gloucester, reggente d'Inghilterra, l'intesa si manteneva solo a stento e da ciò risultò immediatamente una diminuzione di vigore nella condotta delle operazioni militari. Infine e soprattutto, bisognava fare i conti con il sentimento nazionale francese. Senza dubbio, la proclamazione di Enrico sesto a re di Francia non aveva sollevato nel popolo alcuna indignazione. Ci si era limitati a ignorarla, o a considerarla come non avvenuta. In realtà, per l'opinione pubblica francese, la Francia non aveva due re, ne aveva uno solo legittimo, uno solo possibile, uno solo segnato da Dio come pure dalla tradizione: l'erede del defunto re, Carlo settimo. Né le miserie della guerra, né il peso delle imposte, né il malcontento contro il governo, né la follia dell'ultimo re e gli scandali provocati dalla flagrante cattiva condotta della regina avevano indebolito nel popolo il sentimento dinastico. Esso restava universale e profondo quanto il sentimento religioso e fin nelle campagne più remote, anche tra i discendenti dei poveri Jacques massacrati nel 1327, il popolo aveva per il re una venerazione assai simile a quella di cui godevano i santi. Questa devozione monarchica non spiega Giovanna d'Arco - il sovrumano non si spiega - ma ne è, per così dire, il punto di partenza, la condizione indispensabile, come la fede lo è per il martire. Senza di essa, l'anima eroica e visionaria della pastorella di Domrémy non avrebbe udito le voci che segnarono il suo destino. Certamente non le avrebbero parlato, se fosse nata tra la nobiltà o la borghesia, dove l'idea del re era troppo legata a considerazioni di interesse o di politica. L'idea elevata, semplice, pura e ingenua che ella se ne faceva era possibile solo in una figlia del popolo. Senza dubbio, Giovanna d'Arco è l'espressione sublime del sentimento nazionale dei contadini di Francia; un sentimento nazionale che si confonde con la fede religiosa e che i ricordi del buon re San Luigi hanno indissolubilmente associato alla monarchia.
Il suo attaccamento alla monarchia da figlia del popolo, per il contrasto che presentava con quello degli Armagnacchi di corte, dovette contribuire notevolmente a conferirle quell'influenza straordinaria che ha esercitato sui migliori soldati di Carlo settimo, su un La Hire o un Dunois. Quanto alla nazione, scoraggiata e disincantata, la liberazione d'Orléans (1429) le dà all'improvviso l'aiuto che la risolleva e le restituisce energia. La "pulzella" dissipa i vecchi miasmi delle dispute fra partiti. Si riprende a sperare, ci si ricorda delle vecchie profezie che annunciavano come una vergine avrebbe salvato il regno. È bastata questa apparizione così pura per restituire la Francia a se stessa di fronte all'inglese e al Borgognone. La carriera così breve della "buona Lorenese" ha rianimato le forze latenti del popolo. La sua cattura a Compiègne nel 1431, il suo supplizio a Rouen nel 1432, non arrestano l'opera da lei iniziata. Per quanto poca sia la vitalità dimostrata dal re, per quanto male egli approfitti delle circostanze, ora è certo che avrà partita vinta. Del resto, Bedfort, paralizzato da Gloucester, non conduce una guerra energica. E quando, nel 1435, Filippo il Buono conclude infine con Carlo settimo una pace che ormai lascia gli Inglesi soli di fronte alla Francia, il risultato finale non è più che una questione di tempo. Nel 1435, Parigi apre le porte alle truppe regie e "il re di Bourges" viene finalmente a prendere possesso della sua capitale. Quando poi la guerra, interrotta da una tregua, riprende nel 1445, è soltanto una serie di successi. Nel 1449, Rouen viene riconquistata; nel 1450, la vittoria di Formigny consegna ai Francesi tutta la Normandia; nel 1451, Bordeaux e Bayonne cadono nelle loro mani e infine, nel 1453, dopo la battaglia di Chatillon, il nemico abbandona le ultime postazioni che ancora occupava nel sud del regno. Di tutte le conquiste, all'Inghilterra rimane Calais e al suo sovrano il vano titolo di re di Francia, che figurerà sulle sue monete, fino al diciannovesimo secolo.
Il solo risultato duraturo della Guerra dei Cent'anni è stato la creazione di un potente stato Borgognone, sulla frontiera settentrionale del regno. Filippo il Buono, affiancandosi agli Inglesi, in realtà lavorava per sé. Approfittava attivamente della debolezza di Carlo settimo per raccogliere i risultati della politica iniziata dal nonno e dal padre e riunire sotto il proprio potere i diversi territori dei Paesi Bassi. Nel 1421 acquista la contea di Namur, nel 1428, si fa riconoscere da Jacqueline di Baviera erede dello Hainaut, dell'Olanda e della Zelanda, nel 1430, succede al cugino Giovanni quarto nei ducati di Brabante e di Limburgo, e conclude la Pace di Arras solo in cambio della cessione da parte del re dell'Artois e delle città della Somme. Gli anni che seguono gli porteranno il possesso del Lussemburgo e il protettorato dei principati ecclesiastici di Liegi e di Utrecht. Ma non bisogna pensare che questo Stato sia un'impalcatura di territori come quelle che stanno edificando, in questo stesso periodo, le casate di Lussemburgo e d'Asburgo in Germania e che, tenute insieme solo dal fragile vincolo dell'unione dinastica, crollano con la stessa rapidità con cui vengono costruite. Qui, se le popolazioni erano diverse, la civiltà e gli interessi generali erano gli stessi. Se i popoli non avessero teso spontaneamente all'unione, niente sarebbe stato più facile dell'impedirla, perché i diritti invocati da Filippo alla successione dello Hainaut, dell'Olanda e del Brabante erano quantomeno dubbi. L'imperatore Sigismondo protestava furente contro questa annessione di feudi imperiali alla potenza borgognona e istigava gli Stati alla resistenza. Essi non l'hanno ascoltato perché l'ambizione dinastica del principe corrispondeva al loro desiderio, tanto che, nell'opera di unificazione dei Paesi Bassi, la nazione ha assecondato spontaneamente i disegni della dinastia.
In Europa, lo Stato borgognone, per il favore della posizione geografica, lo sviluppo delle coste, il numero delle città, l'industria e la ricchezza degli abitanti, poteva stare a confronto soltanto con l'Italia. Ma la sua creazione significava per la Francia il fallimento dei piani da lei perseguiti, dall'inizio del tredicesimo secolo, di sovrano in sovrano, per sottomettere alla propria influenza quelle belle contrade che toccavano per tutta la lunghezza i suoi confini settentrionali. Bisognava aspettarsi che, una volta superata la terribile crisi di cui Filippo il Buono aveva saputo approfittare così opportunamente, essa non avrebbe rinunciato a tentare di riconquistare la preminenza che le era sfuggita di mano nei bacini della Mosa e dell'Escaut. I suoi nemici si sarebbero accaniti con altrettanta ostinazione per disputarglieli, tanto che la nascita dello Stato borgognone apre quella famosa questione dei Paesi Bassi che, fino al diciannovesimo secolo, quando finalmente verrà risolta, avrebbe provocato tante crisi europee e sarebbe stata, per così dire, il polso delle relazioni internazionali tra le grandi potenze.



CAPITOLO TERZO L'Impero. Gli Stati slavi e l'Ungheria.

1. L'Impero.

Durante il grande interregno, la Germania ha assunto la forma politica che conserverà fino ai Tempi Moderni. È molto difficile definirne l'organizzazione, dove si incontrano, senza amalgamarsi, una monarchia alla quale mancano tutti gli attributi della sovranità, una moltitudine di principi ecclesiastici o laici, repubbliche urbane (città libere), nobili "immediati" che godono di una totale indipendenza e una dieta (Reichstag) le cui competenze sono tanto mal definite quanto bizzarra ne è la composizione. Un'anarchia a forma monarchica, ecco forse il nome che meglio si adatterebbe a questa straordinaria creatura politica, sprovvista a un tempo di legislazione comune, di finanze e di funzionari. Dire che si tratta di un insieme composto di partiti che non formano un tutto corrisponde all'esatta verità. In confronto alla Francia e all'Inghilterra, appare come qualcosa di amorfo, di illogico, di mostruoso, quasi. Il fatto è che in questa strana macchina, la molla, sottoposta prematuramente a una eccessiva tensione, si è rotta. Dalla fine della lotta delle investiture, è certo che la monarchia, che in tutti gli altri paesi ha dato vita allo Stato, qui non avrà più la forza di adempiere al suo compito. Le ambizioni imperiali l'hanno lanciata in avventure da dove è emersa semidistrutta, e se ha riunito quel poco di forze che le sono rimaste per cercare di prendersi la rivincita sotto gli Hohenstaufen, è stato solo per arrivare, da ultimo, a una catastrofe definitiva. Dall'elezione di Rodolfo di Asburgo (1237) è talmente spogliata di prestigio e di autorità che ci si chiede come mai gli elettori si preoccupino ancora di nominare un re. Forse, in fondo, quel che è rimasto in vita è l'idea imperiale, causa della sua caduta. La necessità di un imperatore che, nella realtà delle cose, non corrispondesse più a niente è stata un'esigenza della tradizione. Ora, dal momento che il re di Germania era l'imperatore designato, sopprimendo lui, si sarebbe soppresso l'impero. Egli è dunque sopravvissuto e il più paradossale dei destini ha voluto che conservasse il suo illusorio potere regale semplicemente per raccogliere un potere imperiale divenuto ancor più illusorio.
Infatti, quel che resta dell'impero, dalla morte di Federico secondo, è soltanto una serie di forme vuote. La posizione assunta dal papato da Innocenzo terzo in poi e la formazione di Stati nazionali in Francia e in Inghilterra, lo hanno definitivamente privato di ogni mezzo per far accettare all'Europa il proprio primato temporale. Se ancora se ne parla, è nella Scuola, dove i professori di diritto romano in teoria continuano a vedere nell'imperatore il padrone del mondo. Oppure viene invocato contro questo o quell'avversario politico, come ha fatto Bonifacio ottavo nel conflitto con Filippo il Bello. Oppure ancora, qualche idealista, come Dante, lo considera un bel sogno, smentito dalla realtà. In effetti, è un'idea morta, un residuo del passato che sarebbe maestoso, se il più delle volte la debolezza degli imperatori non contrastasse troppo violentemente con i ricordi che essi evocano. All'imperatore viene ancora riconosciuta la precedenza sugli altri sovrani, il diritto di creare nobili e di istituire pubblici ufficiali in tutti i paesi. Questo è pressappoco quel che gli è rimasto dell'antico potere universale. Un certo prestigio gli viene ancora dai rapporti che mantiene con il papa, al quale rimane necessariamente legato, e che, nel quattordicesimo  secolo, porteranno i grandi conflitti del passato a un epilogo privo di portata storica, e, nel quindicesimo, forniranno a Sigismondo quello che si potrebbe chiamare, con un'irriverenza, entro certi limiti giustificata dalla pretensione dei suoi atteggiamenti, il ruolo di impresario del Concilio di Costanza.
Rodolfo d'Asburgo, durante il suo lungo regno (1273-1291), non trovò il tempo di andare a Roma per prendere la corona imperiale. Bastava la Germania, a tenerlo occupato. Non occorreva essere grandi politici per riconoscere che una restaurazione del potere monarchico era impossibile. La prima condizione per questo scopo sarebbe stata l'ereditarietà della corona. Ma non c'era neanche da pensarci. Né il papa, né gli elettori, né i principi avrebbero dato il consenso. Riunire le città intorno alla causa monarchica era ancor più illusorio. Perché ciò accadesse, sarebbe stato necessario che esse avvertissero il bisogno di un protettore; ma questo bisogno non c'era. I principi non erano abbastanza potenti da minacciarle e, in caso di pericolo, le leghe regionali che fondavano, bastavano a garantire la loro indipendenza. Si poteva almeno sperare di raccogliere la nazione contro lo straniero e, approfittando delle invasioni francesi sulla frontiera occidentale, prendere il comando del paese, imponendosi a lui come suo difensore? Per questo, sarebbe stato necessario che la Germania fosse animata da un sentimento nazionale che le faceva completamente difetto. Ognuno pensava a sé e l'unica frontiera che contasse era quella dei propri possedimenti. In mezzo a questo egoismo generale, Rodolfo non si preoccupò di dedicarsi a una monarchia che non interessava nessuno. Povero e gravato della responsabilità di una famiglia, si accontentò di approfittare della situazione che gli era capitata per fare i propri interessi, o meglio, quelli della propria casata. Totalmente privo di idealismo, pensò che sarebbe stata un'ingenuità sacrificarsi e lasciare il potere, povero come lo aveva ricevuto. Le circostanze lo servirono a dovere. La vittoria che all'inizio del suo regno con l'aiuto del re d'Ungheria, riportò sul re di Boemia, Ottocaro secondo (1278), lasciava vacanti i ducati d'Austria e di Stiria. Egli si affrettò quindi a darli come feudi al figlio Alberto. Così, un caso fortunato portò d'un tratto a questa piccola casata d'Asburgo i bei ducati danubiani. Fu il solo risultato della politica di Rodolfo. Se aveva regnato senza governare, almeno lasciava alla famiglia una bella proprietà e un esempio dell'arte di approfittare della fortuna, a cui in avvenire si sarebbe molto spesso ispirata.
Gli elettori avevano nominato Rodolfo soltanto perché era debole e povero. Per quanto egli li avesse delusi, lo sostituirono con un re ancor più debole e più povero, dando la corona ad Adolfo di Nassau (1291-1298). Era quindi certo che la fortuna del suo predecessore lo avrebbe impegnato sulla via da lui seguita. Ma non fu, come lui, assistito dalla buona sorte. In mancanza di meglio, nel 1294, decise di vendere la propria alleanza a Edoardo I contro Filippo il Bello. Gli sconfinamenti della Francia sulla frontiera tedesca servirono a camuffare questo mercato con un pretesto onorevole. Ma quegli sconfinamenti gli erano indifferenti quanto la contesa di Edoardo. Il suo unico pensiero era di impadronirsi della Turingia e le sterline che aveva riscosso non servirono ad altro che a pagare una guerra da cui sperava l'arricchimento della propria casata. Gli elettori non erano disposti a favorire un secondo parvenu. Lo deposero, e al suo posto misero Alberto, figlio di Rodolfo d'Asburgo (1298-1308). Ispirandosi alla tradizione ereditata dal padre, Alberto sperava di riunire il regno di Boemia all'Austria, quando il suo assassinio, nel 1308, fece fallire un piano che la memoria tenace dei suoi eredi non avrebbe dimenticato.
Per la terza volta, fu chiamato al trono un piccolo principe da cui ci si riprometteva di non avere niente da temere. Nominato grazie all'influenza del fratello, l'arcivescovo-elettore di Treviri, il conte Enrico di Lussemburgo (1308-1313) apparteneva ai Paesi Bassi che, pur essendo inclusi nelle frontiere dell'impero, dipendevano ormai soltanto nominalmente dalla Germania. Al pari dei suoi vicini di Liegi, dello Hainaut, del Brabante e della Fiandra, tutto penetrato della civiltà e dei costumi della Francia, e per di più di origine vallona, egli si presentò al di là del Reno come un autentico straniero. Fu quindi questo "Welche" a rinnovare la tradizione imperiale, che la preoccupazione per i propri interessi personali aveva indotto i suoi tre predecessori ad abbandonare. Anche la sua origine spiega abbastanza bene questa iniziativa. Infatti, proprio perché lo rendeva indifferente alle questioni della Germania, dovette fargli volgere l'attenzione a quelle dell'impero. Sognò la gloria di cingere a Roma la corona che nessuno aveva più portato, dopo Federico secondo e, riconciliando l'impero con il papato, di restituirgli, nella pace, una maestà nuova e benefica.
La notizia della sua venuta provocò in Italia un fremito di speranza. L'annientamento degli Hohenstaufen non aveva restituito la calma alle focose città della Lombardia e della Toscana. Sotto le vecchie denominazioni di Guelfi e Ghibellini, le fazioni continuavano a lacerarle con una ferocia alla quale contribuivano, a un tempo, la divergenza degli interessi economici, i conflitti tra artigiani e patrizi e gli odi della nobiltà. Pisa aveva ceduto alle forze di Genova, e Firenze approfittava di quella disfatta per assoggettare la Toscana al proprio governo democratico. In Lombardia, la maggior parte delle città sfinite dalle discordie, accettavano la "signoria" di un condottiero fortunato o di un podestà e si rassegnavano alla tirannia per godere della pace. I della Torre dominavano a Milano, gli Scaligeri a Verona, gli Estensi a Ferrara. A Roma, abbandonata dai papi, i Colonna e gli Orsini si combattevano con accanimento. Solo Venezia, sotto la sua potente aristocrazia, manteneva una calma che le permetteva di dedicarsi con tanta più energia alla guerra marittima che conduceva contro Genova.
Enrico settimo apparve in mezzo a questo scatenarsi di passioni e di appetiti come il restauratore dell'ordine e della pace. Avrebbe sinceramente voluto riconciliare i partiti e riunirli tutti secondo giustizia. Ma come imporre la giustizia senza l'aiuto della forza? Conduceva con sé soltanto tre o quattromila cavalieri e la speranza che aveva salutato il suo arrivo fece quasi subito posto alla delusione. Nonostante le sue intenzioni, per poter contare su qualche appoggio, anch'egli si vide costretto a scegliere tra gli avversari che aveva sognato di riconciliare. Il re Roberto di Napoli, preoccupato di vedere la sua influenza nella Penisola sostituirsi alla propria, assumeva un atteggiamento minaccioso. Quando Enrico giunse a Roma, poiché le truppe dei nemici occupavano quasi tutta la città, non riuscì ad arrivare fino a San Pietro e dovette accontentarsi di prendere quasi di nascosto, in Laterano, dalla mano dei cardinali designati dal papa, quella corona imperiale che senza dubbio avrebbe preferito non ricevere, piuttosto che riceverla in questo modo (1312). Del suo progetto di restaurare la maestà dell'impero non rimaneva niente. Senza finanze e quasi privo di esercito, fu ridotto a subordinare la propria politica a quella dei Napoletani e a sollecitare contro di loro l'appoggio del re di Sicilia. In Toscana, Firenze gli chiudeva le porte. Per combatterla, dovette appoggiarsi ai Pisani. Lo smacco era troppo grave dopo illusioni così eccelse e di tanto breve durata. Sfinito dal dolore, moriva a Buonconvento nel mese di agosto del 1313. Fu sepolto a Pisa; il suo sarcofago si trova ancora sotto la galleria dove i terrificanti affreschi dell'Orcagna rappresentano con tanta crudezza la vanità delle ambizioni umane.
Ma egli aveva riaperto la via tra l'Italia e la Germania, e Ludovico il Bavaro, suo successore, ci si sarebbe avventurato dopo di lui (1314-1347). Vinto e fatto prigioniero Federico d'Asburgo, che alcuni degli elettori gli avevano opposto, egli pensò subito di valicare le Alpi. Si scontrò immediatamente con la resistenza accanita del papa. La Santa Sede, le cui pretese avevano dovuto cedere di fronte alla Francia e all'Inghilterra, di fronte ai sovrani di Germania non poteva capitolare. Restituendo attualità alla questione imperiale da tanto tempo dimenticata, essi facevano rivivere l'odioso ricordo degli Hohenstaufen e c'era da temere che riunissero intorno a sé, in Italia, tutti i nemici del papato e dei re di Napoli, suoi alleati. La certezza del conflitto era tanto più fondata in quanto, essendo la loro potenza politica inadeguata alle ambizioni che coltivavano, attaccandoli, si poteva praticamente contare su una vittoria quasi certa. Già la rottura di Enrico settimo con Roberto di Napoli lo aveva messo in disaccordo con Clemente quinto e soltanto la sua morte prematura aveva impedito uno scontro. Giovanni ventiduesimo era deciso a non fare concessioni in ordine alla supremazia che i suoi grandi predecessori del dodicesimo secolo avevano conquistato sull'impero. Salendo sul trono pontificio, aveva solennemente dichiarato che il papa doveva a San Pietro tanto il potere spirituale quanto quello temporale e che, in mancanza di un imperatore, spettava a lui vegliare sul secondo. Mettendo immediatamente in pratica questa teoria, aveva quindi nominato Roberto di Napoli vicario imperiale in Italia.
Istigato dagli avversari dei Napoletani, Ludovico il Bavaro si credette abbastanza forte da accettare la lotta. La scomunica e la deposizione pronunciate contro di lui da Giovanni ventiduesimo (1324), gli fecero stringere intorno i Frati Minori spirituali che, come lui, erano stati scomunicati, mentre Marsilio da Padova approfittava di quel conflitto per lanciare contro il papa il suo Defensor Pacis. Stordito, trascinato da questo contrasto a un tempo politico e teologico di cui era più il pretesto che il fulcro, non rendendosi conto che si stava cercando di servirsi di lui facendo finta di servirlo, si lasciò indurre a un'avventura che lo avrebbe perduto. La sua incoronazione nel 1327, in Campidoglio, da parte di due vescovi scomunicati e di quattro sindaci della città in rappresentanza del popolo, fu una scadente parodia dove si combinarono in maniera bizzarra i ricordi dell'anarchia del decimo secolo con quelli del repubblicanesimo mistico di Arnaldo da Brescia. Dopo aver così accettato la corona, Ludovico secondo non poteva rifiutare più niente né al popolo romano, in preda a una delle sue crisi di orgoglio per cui si credeva il padrone del mondo, né ai nemici di Giovanni ventiduesimo, accecati dai rancori e dai sogni, o dalle illusioni. Lasciò che un'assemblea popolare decretasse la deposizione del papa, accusato di eresia e di lesa maestà, e che una commissione di ecclesiastici e di laici nominasse al suo posto un monaco mendicante che prese il nome di Nicola quinto. A quel punto il pover'uomo si accorse di essere stato soltanto una comparsa in una commedia rivoluzionaria. Spaventato per quanto aveva fatto, prese tristemente la via del ritorno. Meno di due anni dopo, i Romani supplicavano il papa di accordare loro l'assoluzione e Nicola quinto, con una corda intorno al collo, veniva a gettarsi ai suoi piedi ad Avignone e a implorare il perdono.
La morte di Giovanni ventiduesimo (1334), avvenuta qualche giorno dopo che egli ebbe pronunciato in una bolla solenne la separazione dell'Italia dall'impero di Germania, non modificò minimamente l'atteggiamento della Curia nei confronti di Ludovico il Bavaro. Benedetto dodicesimo e Clemente undicesimo rimasero inesorabili, senza dubbio più di quanto meritasse l'oltraggio inoffensivo fatto alla maestà della Santa Sede, per il quale, completamente disorientato, egli si consumava in tentativi di riconciliazione che venivano sdegnosamente respinti. Sembra che per un attimo, egli abbia sperato di costringere Avignone alla pace, legandosi a Edoardo terzo contro la Francia. Fu un'altra illusione, e non durò a lungo. Del tutto incapace di fare la guerra, non solo non appoggiò Edoardo, ma non tardò ad allearsi con Filippo di Valois. Se la Germania fosse stata uno Stato, quello era il momento in cui avrebbe potuto imitare la condotta della Francia e dell'Inghilterra sotto Bonifacio ottavo, e mettere fine alle umiliazioni di cui il papato infliggeva al suo re il calice amaro. Gli elettori, appoggiati dalla Dieta, si limitarono a protestare contro il diritto che il papa si arrogava di approvare il re da loro nominato; tutto qui. Avevano visto nella contesa soltanto un'occasione da sfruttare per rafforzare il privilegio ingiustificato che consentiva loro di disporre della corona. Insomma, Ludovico il Bavaro fu abbandonato a se stesso. I suoi dissapori con la casata di Lussemburgo lo rovinarono. Dimenticando le dichiarazioni di autonomia fatte in precedenza, gli elettori, a cui Clemente sesto aveva intimato di nominare un nuovo re, vendettero i voti a Carlo, marchese di Moravia, figlio del re di Boemia Giovanni il Cieco e nipote di Enrico settimo, che prese il nome di Carlo quarto (1346).
Un caso fortunato aveva permesso a Enrico settimo, fin dall'inizio del suo regno, di concludere il matrimonio del figlio Giovanni (il Cieco) con l'erede del regno di Boemia. La casata di Lussemburgo si trovava così trapiantata dalla frontiera romana dell'impero alla sua frontiera slava, dove sarebbe rimasta per più di un secolo. Poiché Giovanni era morto a Crécy poco tempo dopo l'elezione del figlio, Carlo quarto si trovò a cingersi il capo delle corone di Germania e di Boemia, in tal modo riunificandole. A quello, nel 1355, aggiunse la corona imperiale, che andò a prendere a Roma, con un cerimoniale dimesso, e circondandosi di tutte le precauzioni necessarie per mantenere una buona intesa con il papa. Non bisogna stupirsi che si sia dedicato prima di tutto a espandere la posizione della propria casata. Alla Boemia e alla Moravia aveva aggiunto la Slesia e la Lusazia, e, nel 1372, la marca di Brandeburgo. A est della Germania si formava così una potenza compatta, ma non si trattava di una potenza tedesca. Il suo centro era la Boemia, dove Carlo si adoperò per introdurre un'amministrazione a immagine di quella francese.
La Bolla d'Oro, con la quale Carlo IV, nel 1356, aveva decisamente confermato le attribuzioni e la composizione del Collegio degli elettori quali sarebbero rimaste in uso fino alla fine del diciottesimo secolo94, gli aveva conciliato il favore di questi facitori di re. Riuscì, da vivo e senza dover pagare troppo, a far elevare il figlio Venceslao alla dignità di re dei Romani (1376). Era la prima volta, dai tempi di Federico secondo, che un figlio succedeva al padre sul trono di Germania.
Il regno di Venceslao (1370-1400) in verità, per la Germania, fu un interregno. Unicamente occupato della Boemia, il re si disinteressò completamente di tutto il resto. Non pensò né a prendere la corona imperiale, né a intervenire nei contrasti incessanti tra le città e i principi tedeschi. I quattro elettori del Reno, nel 1400, si arrogarono il diritto di deporlo e si può forse considerare la loro condotta in questa occasione come una sorta di protesta contro un re che dava troppo a vedere di essere straniero. Se, dando la corona al conte palatino Rupert, intesero opporre al loro sovrano boemo un sovrano veramente nazionale, l'esperienza fallì miseramente. Il nuovo re fu riconosciuto soltanto da coloro che ne avevano portato avanti la candidatura. Egli credette di fare un colpo da maestro avventurandosi in Italia. La corona imperiale gli avrebbe procurato un certo prestigio e, cammin facendo, contava di prendere Milano, dove il duca Gian Galeazzo Visconti era in ottimi rapporti con la casata di Lussemburgo. L'ingenuità di questo progetto la dice lunga sulla serietà politica di un simile re e dei suoi elettori. Senza denaro, egli contava che, non appena avesse attraversato i monti, i Fiorentini, nemici dei Milanesi, avrebbero messo benevolmente le loro truppe a sua disposizione. Ma Fiorentini e Milanesi ebbero per lui un identico disdegno. Giunto a Brescia con alcuni cavalieri, gli fu impossibile spingersi oltre. Dovette tornare indietro, coperto d'onta e ritirarsi nel Palatinato, dove morì nel 1410. La sua morte ricordò che aveva cinto la corona. Gli elettori, ammaestrati dall'esperienza, si volsero nuovamente alla casata di Lussemburgo. Venceslao aveva due fratelli, il margravio Giovanni di Moravia e Sigismondo, re d'Ungheria. Non riuscendo a vendere all'unanimità i loro voti allo stesso candidato, li nominarono entrambi. La Germania aveva dunque tre re, perché Venceslao continuava imperterrito a portare il titolo. Fortunatamente la morte di Giovanni, nel 1416, ridusse il numero a due, e quando anche Venceslao fu scomparso, nel 1419, Sigismondo rimase solo.
L'attività di quest'ultimo Lussemburghese (1410-1437) contrasta in maniera singolare con l'apatia di Venceslao. Il tornaconto del suo regno d'Ungheria, col passare degli anni sempre più minacciato dall'avanzata dei Turchi, gli faceva sperare nella salvezza di una crociata contro questi infedeli. E poiché una crociata era impossibile fino a che fosse durato lo scisma, spinse con tutte le sue forze, anche se con uno zelo alquanto indiscreto, per la convocazione e per il successo dei lavori del Concilio di Costanza. Erede del regno di Boemia, dopo la morte del fratello, la rivolta degli Hussiti che gli impediva di prendere possesso del paese, era per lui un altro motivo per appassionarsi alla riforma della Chiesa. Il suo titolo di re dei Romani era un eccellente pretesto per intromettersi negli interessi del papato, continuando a fare i propri. Ma le spedizioni ordinate dai papi e i concili contro gli Hussiti finirono sistematicamente con l'umiliazione della cavalleria tedesca. Finalmente, nel 1434, dopo la guerra contro i Taboristi e gli Utraquisti, essendo stato accettato il modus vivendi dei Compattati, Sigismondo poté fare il suo ingresso a Praga. Morì tre anni dopo, il 9 dicembre 1477 e i regni di Boemia e d'Ungheria passarono al genero, Alberto d'Austria. Così, i vasti territori della casata di Lussemburgo venivano ad aggiungersi ai ducati d'Austria e di Stiria. Lo scopo a cui mirava la casata degli Asburgo da quando si era stabilita nella valle del Danubio era stato raggiunto. A oriente della Germania si formava una grande potenza dinastica, miscuglio ibrido di paesi tedeschi, slavi e magiari. Tutti gli sforzi di tanti re per edificare il potere delle loro famiglie, finivano per elevare gli Asburgo al rango dei più potenti sovrani d'Europa. Senza dubbio, la loro fortuna è stata anche opera del caso, come sempre accade a chi eredita grossi patrimoni. Una gravidanza andata a male, un'unione sterile, la morte prematura di un figlio sarebbero bastate a compromettere tutto. Pure, non bisogna esagerare la parte che qui ha avuto l'imprevisto. Non lo si trova forse in gioco nelle operazioni di guerra come nelle trame per combinare matrimoni? Va riconosciuto che, se la fortuna ha favorito gli Asburgo, loro l'hanno aiutata. Dalla fine del tredicesimo secolo, tutta la loro politica ha mirato a creare, con abili matrimoni, diritti da rivendicare sulla Boemia, sull'Ungheria e addirittura sulla Polonia. Hanno contato sulla forza di procreazione della propria razza, come altri contano su quella della propria spada, e il calcolo si è dimostrato esatto. È vero che, applicato a paesi di più antica civiltà, dotati di una coscienza nazionale più sviluppata, avrebbe potuto avere esiti diversi. Basti ricordare, qui, le misure prese in Francia all'inizio del quattordicesimo  secolo per escludere i re d'Inghilterra dalla corona. Ma né in Ungheria né in Boemia la monarchia era parte integrante della nazione al punto che questa rifiutasse la corona a uno straniero. Per essere accettati bastava intendersi con l'alta nobiltà, per quanto odiosi le fossero i Tedeschi, e farle concessioni. Quel che non sarebbe stato possibile a Occidente dell'Europa lo era a Oriente. Nel bacino del Danubio non si presenta nessuna delle condizioni che innescarono la Guerra dei Cent'anni. La fortuna straordinaria degli Asburgo è dunque assai meno frutto del caso di quanto si potrebbe credere. La politica dei matrimoni, da sola, non basta a spiegarla. La condizione necessaria e primordiale è stata la mancanza di spirito politico nei popoli che ne furono gli strumenti o le vittime.
Di questo spirito politico, anche la Germania, a guardarla nel suo insieme, sembra del tutto sprovvista. La rapida panoramica sul regno dei suoi sovrani che abbiamo appena visto ne è la prova irrefutabile. Basta confrontare la sua storia con quella della Francia e dell'Inghilterra nello stesso periodo. Là, non solo le tre classi privilegiate, clero, nobiltà e borghesia, partecipano all'attività del re sia con le tasse, sia con il servizio militare, ma intervengono direttamente nel governo, e le crisi provocate dalle rivendicazioni che sollevano o i conflitti tra loro non sono altro che le manifestazioni tumultuose di una vita pubblica che è impossibile negare. La Germania, al contrario, non possiede né un sistema di imposte, né niente che assomigli a un'organizzazione parlamentare. La Dieta (Reichstag) è semplicemente un'assemblea di prelati, di principi, di nobili e di città, la cui funzione è solo quella di paralizzare l'azione del sovrano, ma che non si sostituisce a lui nel governo, che non fa altro che indebolire, rendendolo più complicato. La corona non ha un'amministrazione più di quanto non abbia delle finanze. La maestà arcaica del suo lignaggio e dei suoi emblemi contrasta in maniera quasi comica con la sua forza reale. Sigismondo che, per ostentazione, ha aggiunto una seconda testa all'aquila imperiale, è costretto a impegnare la corona e si dibatte in mezzo a creditori che lo perseguitano da una città all'altra. Se la Germania fosse stata uno Stato, la Guerra dei Cent'anni avrebbe rappresentato per lei un'ottima occasione per affermarsi.
Con la Francia e l'Inghilterra, che si neutralizzavano a vicenda, si sarebbe potuta imporre all'Europa. Ma non è capace di far niente. In Italia, perde le sue ultime posizioni di fatto. Le alleanze di Adolfo di Nassau e di Ludovico il Bavaro con Edoardo terzo si traducono soltanto nell'imbarazzo di questi due principi ridotti alla miseria, che, dopo essersi fatti pagare in anticipo per i loro servigi, non ne rendono alcuno. Così, la Francia continua ad allargarsi sulla frontiera orientale senza che gli imperatori sollevino neanche una protesta. Nel 1349, acquista il Delfinato. Se Carlo IV, nel 1365, si è ancora fatto incoronare ad Arles per mantenere il proprio diritto sull'antico regno di Borgogna, certamente è stato per poterla vendere a miglior prezzo. Infatti, quasi immediatamente, nomina il delfino vicario dell'impero ad Arles. La Franca Contea passa a Filippo l'Ardito. Nel 1388, un esercito francese combatte il duca di Gheldria, senza che nessuno si muova. Nei Paesi Bassi si è visto come la casata di Borgogna si allarghi, inglobando Hainaut, Olanda, Zelanda, Namur, Brabante, assoggettando al proprio protettorato Liegi e Utrecht e finendo con l'annettersi anche il Lussemburgo, culla di una delle casate imperiali. Filippo il Buono sfida a viso aperto Sigismondo: bandito dall'impero per suo volere, nel 1433, gli risponde con un manifesto insolente indirizzato ai principi e alle città della Germania. Da tutte le parti ricevette assicurazione di una neutralità sulla quale contava. Quando finalmente, nel 1437, l'imperatore, esasperato, volle agire, fu ridotto a inviare Luigi di Hesse con 400 lancieri nel Brabante, su cui Filippo accampava diritti. Bastano pochi contadini del Limburgo per ricacciare l'esecutore imperiale ad Aquisgrana.
L'episodio è tipico e mette in luce la vera natura dell'impero: un agglomerato di principi e di città che non si curano del sovrano se non per quel tanto che la sua politica torna a loro favore. La Germania non è uno Stato, è un aggregato di sovranità locali, di principati laici o ecclesiastici e di città libere (circa settanta). Le città libere non contano ancora niente. Solo alcune, Colonia, Norimberga, Augusta, sono abbastanza forti per difendersi da sole; nessuna lo è abbastanza per avere, come le città italiane, una politica potente. La loro, è una politica di campanile. Certo, nel quattordicesimo  secolo, la borghesia tedesca si è molto sviluppata. Ma i suoi progressi sono serviti soltanto a lei. I principi hanno cercato di ostacolarne l'azione che il re, da parte sua, non ha sostenuto. Qui dunque, essa non svolge il ruolo così importante che, nell'ambito dell'evoluzione generale, le viene affidato in Francia e in Inghilterra. Fa eccezione la Hansa. Per quanto il legame tra loro sia molto tenue, l'interesse comune di queste città le tiene unite contro i loro avversari che, per fortuna, sono molto deboli. La Danimarca è il nemico più pericoloso. Il re Valdemaro viene battuto nel 1369, e fino all'inizio del quindicesimo secolo il Baltico rimane un lago tedesco.
All'interno, la lotta fra i principi e le città è ininterrotta, e in un paese come questo, privo di un potere centrale, mantiene un livello di insicurezza di cui è ben felice di approfittare la piccola nobiltà, per la quale il saccheggio dei mercanti è un modo di vivere normale. Il Raubritter, che altrove sarebbe un militare o un funzionario, qui è un rapinatore di professione.
Quanto ai principati, a parte la Baviera e i territori delle casate di Lussemburgo e d'Asburgo, non sono molto vasti. E sono molto meno solidi, ad esempio, di quelli dell'Italia. Vige ancora l'usanza delle divisioni continue tra i figli dei principi. All'interno, l'amministrazione è rudimentale. Se si tengono assemblee di Stati, la borghesia non è abbastanza potente per controbilanciare la nobiltà che è l'unica a parlare e si impone al paese. Questi nobili sono in gran parte di origine non libera. Nel quattordicesimo  secolo sono ancora numerosi. Il principe se ne circonda e recluta fra loro i propri uomini di fiducia. Vige uno stato di forza brutale del tutto sconosciuto altrove. I contadini, dalla metà del quattordicesimo  secolo in balia di questa nobiltà, incominciano a regredire allo stato di schiavitù95. Infatti, l'emigrazione non è più possibile e qui non c'è, come invece altrove, un re che possa intervenire. Questa regressione del popolo allo stato di servitù sotto una nobiltà che è a sua volta in parte di origine servile, sarà uno degli aspetti più singolari della vita tedesca. Ci sono state delle resistenze. Ad esse si può far risalire l'origine della confederazione svizzera i cui tre cantoni primitivi, Schwyz, Uri e Unterwalden, nel 1315, battono Leopoldo d'Austria a Morgarten. È il punto di partenza di una federazione alla quale più tardi si unirono Lucerna (1332), Zurigo (1351) e Berna (1353), e che la battaglia di Sempach contro Leopoldo terzo d'Austria, nel 1386, avrebbe consolidato.
Questa tendenza centrifuga della Germania non si spiega soltanto con la debolezza della monarchia. Bisogna anche tenere presente che la vita economica del paese, fino alla metà del quindicesimo secolo, è poco sviluppata. Non ha alcuna unità. Sulla costa, la Hansa trasporta i cereali dal nord verso la Fiandra, da dove riporta i prodotti dell'Oriente. Il Reno gravita verso i Paesi Bassi. Ma la sua importanza diminuisce da quando la navigazione tra la Fiandra e l'Italia è diretta. A sud, le città intrattengono rapporti con Venezia, perché il Danubio, a partire da Vienna, non è una via commerciale. Inoltre, non esiste industria per l'esportazione al di fuori dei metalli della Boemia e del Tirolo.
Al centro, non esistono città importanti. In breve, il paese è per lo più ancora rurale. Ha bisogno degli altri paesi, che non hanno bisogno di lui. I Paesi Bassi si volgono a ovest.
Quanto alle città marittime del nord, esse non prendono alcuna parte alla vita che si svolge all'interno. Fino alla metà del quattordicesimo  secolo, soltanto il Reno e il sud rimangono la vera Germania. Ma a un certo momento, con Rodolfo d'Asburgo, e già sporadicamente prima di lui, c'è un'oscillazione verso est che si manifesta appieno con il Lussemburgo. I paesi slavi si prestano a un assorbimento politico. Non c'è più colonizzazione, bensì un orientamento dinastico verso est, che, allo stesso tempo, produce in questi popoli un'ondata di ritorno contro la Germania.



2. Gli Stati slavi e l'Ungheria.

Quando i popoli slavi fanno la loro comparsa nella storia, occupano la regione che si stende dall'Alta Vistola e dai Carpazi al Dnepr. Nel corso del quinto secolo, in seguito allo spostamento generale dei Germani, loro vicini, da ovest verso l'impero romano, avanzarono dietro di loro, occupando i territori che essi abbandonavano. I Polacchi si insediarono nel bacino della Vistola, i Serbi si sparpagliarono dall'Elba al Mar Baltico, mentre i Cechi prendevano possesso della Boemia e della Moravia. Altri, dirigendosi verso sud-ovest, colonizzarono la valle del Danubio e penetrarono nel cuore della Tracia, a spese dell'impero greco: sono i Bulgari, i Serbi, i Croati e gli Sloveni. Quanto agli Slavi rimasti a est, la cui posizione sul Dnepr li metteva a cavallo della via commerciale che collega Bisanzio alle regioni del nord, come abbiamo già visto, nel nono secolo, cadevano sotto la dominazione dei Vichinghi scandinavi, per metà mercanti e per metà guerrieri, da cui ricevettero il nome di Russi. Kiev, dove si stabilì il più anziano della dinastia di Rurik con il nome di "Grande Principe", divenne il centro di un raggruppamento politico di principati secondari, che si estendeva da Novgorod alle rive del Mar Nero.
L'organizzazione economica di questo paese presenta un carattere che non ritroviamo in alcun altro popolo barbaro: fu essenzialmente commerciale. I Vichinghi, insediatisi intorno ai loro principi entro cinte fortificate (gorod) situate lungo il Dnepr e i suoi affluenti, sottoposero la popolazione slava a tributi consistenti soprattutto in miele, cera e pellicce che la caccia e l'allevamento delle api fornivano in abbondanza in quella regione silvestre. Ogni anno, a primavera, le loro barche, radunate a Kiev, trasportavano queste derrate a Costantinopoli, insieme a un gran numero di schiavi, e ne riportavano in cambio vino, tessuti e manufatti. Quando, all'inizio dell'undicesimo secolo, gli Scandinavi si furono slavizzati, queste pratiche commerciali, come pure lo sfruttamento politico della popolazione rurale, non scomparvero, perché la loro aristocrazia di boiardi - a un tempo militare, mercantile e urbana - dominava il resto della nazione. Questo fu il tratto saliente dello Stato russo dell'epoca.
In rapporti costanti con Bisanzio, i Russi non potevano tardare a riceverne il cristianesimo che, già nella prima metà deldecimo secolo, incominciava a infiltrarsi tra gli abitanti di Kiev attraverso il commercio. La principessa Olga lo professò apertamente dal 955-957. Tuttavia il paganesimo rimase la religione dominante fino al regno di suo nipote Vladimiro, che fece ancora eseguire sacrifici umani; la tradizione ecclesiastica paragona le 800 concubine, che gli attribuisce senza dubbio un po' troppo generosamente, a quelle di Salomone. Ma dopo il suo matrimonio con una principessa greca, accade l'inevitabile (983). La conversione del principe si portò dietro immediatamente i boiardi. La conversione del popolo si compì con mezzi di una semplicità che ricorda quelli usati da Carlomagno nei confronti dei Sassoni. Gli abitanti di Kiev furono battezzati in massa nelle acque del Dnepr. Si abbatterono gli idoli e il principe ordinò di innalzare chiese là dove prima sorgevano templi pagani. Per provvedere al reclutamento del clero, fece togliere i figli alle famiglie più importanti, affidandone l'istruzione ai preti greci e bulgari inviati da Bisanzio a guidare i primi passi della giovane chiesa russa.
Se cause esterne non fossero sopraggiunte a ostacolarla, l'evoluzione storica destinava la Russia a orientarsi sempre di più verso Costantinopoli. Questa grande città non soltanto era per lei, come Roma per i cristiani d'Occidente, il centro religioso per eccellenza, ma anche il grande mercato del commercio e, a questo duplice titolo, la sua influenza, alla lunga, si sarebbe fatta sentire in tutti gli ambiti della vita sociale. Si sa che fino ai nostri giorni l'architettura ecclesiastica, in Russia, ha conservato le forme bizantine che le si imposero all'epoca e che la Ruskaja Pravda, la più antica raccolta del diritto russo, è anch'essa tutta penetrata dello spirito e della legislazione di Bisanzio.
Ma la posizione geografica la espone al contraccolpo di tutte le agitazioni dei popoli dell'Asia il cui territorio si prolunga, attraverso questa grande pianura, verso le montagne e i mari interni della vera Europa. Le steppe delle rive del Mar Nero e dei bacini del Don e del Volga erano dominio di orde nomadi d'origine turca o mongola, contro le quali i principati russi dovettero eternamente combattere.
La vittoria del grande principe Jaroslav sul più potente di questi popoli, i Peceneghi, nel 1036, fece scomparire per qualche tempo il pericolo che però riapparve poi più terribile con l'arrivo dei Cumani. Nel 1096, il loro khan avanzava fin sotto le mure di Kiev; da allora, gli attacchi di questi barbari feroci non si fermarono più. A partire dalla metà del dodicesimo secolo, diventa impossibile resistergli. La regione di Kiev, fino a quel momento fiorente, incomincia a impoverirsi e a spopolarsi. Poiché i barbari occupano le bocche del Dniepr, il commercio con Costantinopoli langue. Nel paese, a poco a poco si fa il vuoto, perché gli abitanti emigrano, alcuni in Galizia e in Volinia, altri, più numerosi, in direzione nord-est, verso il corso superiore del Volga (Suzdal).
Questa migrazione dal sud verso il nord determinò il futuro del popolo russo. Non solo gli impose un nuovo genere di vita, ma modificò addirittura il suo carattere nazionale. I coloni slavi della Suzdalia si mescolarono ai Finnici che fino a quel momento erano stati i soli ad abitarne le immense foreste, e da questo incrocio nacque il russo moderno (Grande Russo). Allo stesso tempo, all'attività commerciale si sostituì un'esistenza puramente agricola. Privati ormai di comunicazioni con il mare, i Russi furono confinati per lunghi secoli in un'economia puramente rurale e senza sbocchi. La vicinanza di Costantinopoli li aveva portati a praticare il commercio in un'epoca in cui esso era ancora sconosciuto nell'Europa occidentale e la fatalità delle circostanze li allontanò da esso proprio nel momento in cui incominciava a fiorire. A differenza di quel grande magazzino internazionale che era stata Kiev, le città della Russia centrale - come i castelli dell'Occidente nell'Alto Medio Evo - servirono soltanto da residenza dei principi, dei loro boiardi e dei servitori necessari al loro mantenimento. Mosca, fondata nel 1147, si elevò al di sopra delle città sue vicine per motivi esclusivamente politici, e solo nella misura in cui il suo principe prevalse sugli altri principi. Soltanto Novgorod, che i mercanti della Hansa frequentarono assiduamente, dopo l'inizio del tredicesimo secolo, aveva un'importanza commerciale che peraltro doveva interamente all'estero. Era un fondaco tedesco in Russia, assai più che un centro economico russo.
Novgorod era l'unico punto attraverso cui la civiltà occidentale avrebbe potuto diffondersi in Russia. Purtroppo, i rudi e avidi mercanti della Hansa sapevano manifestarne soltanto gli aspetti meno attraenti; il loro contatto con gli abitanti non ebbe altro risultato che di provocare, da una parte e dall'altra, odio e disprezzo. La differenza di religione contribuiva ad avvelenare rapporti così mal avviati. L'ortodossia greca, che i Russi conservavano dai tempi in cui vivevano sulle rive del Dniepr, li isolava dall'Europa, senza che l'influenza civilizzatrice di Bisanzio, da cui erano ormai troppo lontani, potesse compensare, per loro, quanto di funesto aveva questo isolamento.
Per colmo di sventura, fu un isolamento che la grande invasione mongola del tredicesimo secolo rese ancor più totale. Nel 1223, Giuci, figlio di Gengis Khan, conquistava tutta la regione occupata dai Cumani tra il Don e il Volga. Suo figlio Batu, si spinse ancor più lontano a ovest, occupò Mosca nel 1234, Kiev nel 1240, ed estese il proprio potere su tutta la Russia, terrorizzata e semispopolata. Tuttavia, i Mongoli non si stabiliscono oltre il Don. Il loro khan si accontenta di imporre la propria signoria ai principi russi e di sottometterli a un tributo. Ma per tutto il tempo che l'impero dell'"orda d'oro" conservò la propria potenza, essi furono gli umili vassalli di un despota asiatico, e se non si "asiatizzarono" questo bastò tuttavia a impedire che si "europeizzassero". La decadenza dell'orda d'oro, dopo la morte di Usbek (1313-1341), lasciò loro una libertà d'azione di cui i principi di Mosca approfittarono per annettersi i principati vicini. Con Ivan terzo (1462-1505) quest'opera di unificazione è ultimata. Ivan, alleato del khan di Crimea, annientò quel che ancora sopravviveva della dominazione mongola. Con il suo regno si apre un nuovo periodo della storia di Russia.
Come per i Russi, fu l'invasione di un popolo asiatico, quello degli Ungari, a determinare il destino degli Slavi del meridione e dell'occidente. Prima dell'arrivo di questi barbari, essi si trovavano in stretto contatto gli uni con gli altri, dalla Tracia fino alle rive del Mar Baltico. Se questo stato di cose fosse durato, certamente la Chiesa greca che, fin dal nono secolo aveva convertito i Bulgari e i Serbi, avrebbe continuato il proprio apostolato, favorito dalla comunanza di costumi e di lingua, presso i loro fratelli di Boemia e di Polonia e li avrebbe legati a sé, come più tardi, nel decimo secolo, avrebbe fatto con i Russi. L'arrivo imprevisto e improvviso degli Ungari dispose del futuro in tutt'altro modo. Penetrando nella valle del Danubio, essi si interposero tra gli Slavi e li divisero in due gruppi che non avrebbero mai più avuto niente in comune. Separati da Bisanzio così come lo erano dai Serbi e dai Bulgari, i Cechi e i Polacchi, come poi gli Ungheresi, passarono naturalmente alla Chiesa latina.
La loro conversione rispondeva in generale allo zelo religioso e all'interesse politico dei sovrani tedeschi. Ottone I non mancò di ricongiungere alla metropoli germanica di Magonza i nuovi vescovati slavi, nel momento stesso in cui sottometteva i principi di Boemia e di Polonia a un protettorato alquanto mal definito. I suoi successori, imbarazzati dalle spedizioni compiute in Italia, e poi occupati dalla lotta per le investiture, lungi dal proseguire i suoi sforzi, non riuscirono neanche a difenderne i risultati. Praga in Boemia e Gnesen in Polonia, divennero arcivescovati indipendenti, mentre le diocesi fondate presso i Serbi della riva destra dell'Elba scomparivano, lasciando campo libero al paganesimo.
Si è già visto come la grande rivoluzione economica del dodicesimo secolo avesse avuto la conseguenza inattesa di provocare una regressione della nazionalità slava a vantaggio della nazionalità germanica. L'eccesso di popolazione rurale della Germania si disseminò nei paesi sulla riva destra dell'Elba, dove, man mano che avanzavano, i cavalieri sassoni massacrarono gli indigeni pagani. Nel tredicesimo secolo, l'Ordine teutonico, con la scusa dell'evangelizzazione, proseguì tanto il massacro quanto il popolamento. Germanizzarono la Prussia come avevano appena fatto nel Mecklemburgo e nella Marca di Brandeburgo. Le rive del Baltico, da slave che erano state fino a quel momento, divennero tedesche. Il tentativo dei Polacchi di estendersi fin là attraverso la Pomerania, veniva interrotto.
L'organizzazione politica della Boemia e della Polonia fino a quel momento aveva presentato lo sviluppo naturale di questo fondarsi di tribù che si ritrovano pressappoco identiche in tutti i popoli agricoli, quando diventano sedentari. Ciò si spiega senza difficoltà per l'assenza di contatto diretto con la civiltà romana che aveva tratto i Germani fuori dalla barbarie. Il progresso di una società è tanto più rapido quanto più essa si apre alle influenze esterne. L'allontanamento degli Slavi occidentali ebbe come conseguenza di farli rimanere a lungo in uno stato di ristrettezza e di indigenza tipici di una vita in disparte.
E inutile insistere qui, nonostante l'interesse locale che rivestono, su costumi e istituzioni che non hanno esercitato alcuna influenza sull'Europa. Principi, ciascuno circondato da una nobiltà di fedeli dai quali dipende ancor più di quanto essi dipendano da lui; poi, uno di questi principi a poco a poco si eleva al di sopra dei rivali, si impossessa delle loro terre e raduna intorno a sé i loro uomini; ecco, in poche parole, i tratti essenziali dei primi secoli della storia della Boemia e della Polonia. L'introduzione del cristianesimo, che in questo paese non fu opera della conquista straniera, non modificò minimamente la loro situazione politica. Il carattere religioso che diede al potere del principe non risparmiò a quest'ultimo di dover fare i conti con un'aristocrazia terriera da cui gli era impossibile affrancarsi perché, riunita, era più potente di lui. Ma niente, negli Stati slavi, ricorda il feudalesimo dell'Europa occidentale. E questo si comprende facilmente. I grandi vassalli dell'Occidente sono semplicemente i discendenti di funzionari regi che hanno approfittato dell'impotenza del re a tenere nelle proprie mani l'amministrazione dello Stato, per usurpare i poteri che avrebbero dovuto esercitare in suo nome. Ma fin dall'inizio, né in Boemia, né in Polonia si incontra quel carattere amministrativo che la tradizione romana ha imposto all'Occidente. Qui il principe non è altro che un capo militare, circondato da compagni nobili che lo assistono in tempo di pace e lo rappresentano come starosti o castellani nelle diverse parti del paese. Non sono i suoi servitori, ma i suoi collaboratori naturali. Esercitano il governo insieme a lui e nessuno di loro può appropriarsi del potere che gli è temporaneamente delegato nella propria circoscrizione. L'esiguità stessa delle attribuzioni politiche del principe e il controllo permanente che su di esse esercita l'aristocrazia, ha reso impossibile negli Stati slavi il formarsi di quei principati territoriali che, dal decimo secolo, si vanno costituendo ovunque in Francia e in Germania. Il potere della grande nobiltà terriera, tanto in Boemia che in Polonia, si è esercitato fin dall'inizio con la partecipazione di ciascuno dei suoi membri al governo di tutto il paese; esso non ha portato alla frantumazione, e l'unità politica si è mantenuta, insieme all'unità nazionale, proprio per la debolezza di un'autorità centrale che dipendeva dall'aristocrazia. Aggiungiamo che questi popoli, tagliati fuori dal mare, solo assai tardi avranno una loro borghesia.
La vicinanza immediata della Germania, così come i diritti che essa rivendicava sulla Boemia, hanno naturalmente coinvolto quest'ultima nei suoi conflitti. I principi boemi approfittarono dei disordini scoppiati dopo la morte di Federico Barbarossa per ottenere una maggiore indipendenza. In lotta con Ottone terzo, Filippo di Svevia, per assicurarsi l'appoggio del duca Ottocaro I, nel 1198 gli conferì il titolo di re. L'ingerenza dei re di Boemia nelle questioni tedesche fu da quel momento abbastanza penetrante da ottenere a questi Slavi l'entrata nel Collegio degli elettori. D'altronde, a partire dall'avvento di Venceslao secondo (1230-1253), poté sembrare che il loro regno fosse destinato a germanizzarsi. Venceslao fece tutto il possibile per dare impulso all'immigrazione tedesca nei suoi Stati ancora completamente agricoli. Favorì soprattutto l'arrivo degli artigiani e dei commercianti che, nel tredicesimo secolo, si stabilirono in massa nei "borghi" del paese, dove conservarono il proprio diritto e la propria lingua. Per molto tempo, la borghesia, tra i Cechi, fu, in tutta la forza del termine, una popolazione straniera. Ciò le fece provare ancor più forte il bisogno di appoggiarsi alla monarchia e la fedeltà che le testimoniò accrebbe in maniera singolare le risorse, il prestigio e la forza della dinastia. I suoi progressi si rivelano in maniera evidente sotto Ottocaro secondo (1235-1278). I nobili del ducato d'Austria, il cui duca è appena morto combattendo gli Ungheresi, lo chiamano in aiuto e lo riconoscono come loro signore; egli aggiunge all'Austria il ducato della Stiria da dove scaccia gli Ungheresi e si fa riconoscere come erede dal duca di Carinzia. Da quel momento la sua potenza si estende dai Monti dei Giganti fino alle rive del Mare Adriatico. Sembra che la corona di Boemia sia sul punto di annettersi tutta la Germania danubiana. Poi, spingendosi audacemente più oltre, alla morte di Riccardo di Cornovaglia, Ottocaro sollecitò il titolo di re dei Romani. A ottenerlo fu Rodolfo d'Asburgo e la lotta tra i due rivali era ormai inevitabile. Rodolfo, abbandonato alle sue sole forze, non avrebbe potuto aver ragione del suo avversario. Ma gli Ungheresi svolsero qui, per la prima volta, il ruolo di sostenitori dei Tedeschi contro i Cechi, che tanto spesso avrebbero assunto anche in seguito. Ottocaro fu sconfitto e ucciso nel 1278, nella battaglia di Marchfeld. I ducati del Danubio passavano agli Asburgo che, da quel momento, non avrebbero più cessato di aspirare al possesso della Boemia. I successori di Ottocaro non cercarono più di allargarsi dalla parte della Germania. Misero gli occhi sull'Ungheria e sulla Polonia. Venceslao secondo (1278-1305) riuscì a procurare per qualche tempo la corona del primo di questi paesi al figlio Ladislao e, nel 1300, ottenne quella del secondo per sé. Con suo figlio Venceslao terzo, assassinato nel 1306, si estingueva la vecchia dinastia slava dei Przemislidi, e si apriva una successione di cui il re dei Romani, Alberto d'Austria, si affrettò a disporre in favore del figlio Rodolfo. Ma questo primo tentativo di assorbimento asburgico non era destinato a riuscire. Rodolfo morì dopo qualche mese e l'aristocrazia boema elesse re il consorte della primogenita di Venceslao terzo, il duca Enrico di Carinzia. Questo secondo Tedesco non regnò più a lungo del suo predecessore. Approfittando del malcontento che non aveva tardato a sollevargli contro, Elisabetta, ultimogenita di Venceslao IV, chiese di sposare Giovanni il Cieco, figlio di Enrico di Lussemburgo, succeduto ad Alberto d'Austria come re dei Romani. Il matrimonio, celebrato nel 1310, dava alla Boemia una dinastia vallona solo pochi anni dopo che una dinastia francese, con Roberto d'Angiò, si era introdotta in Ungheria.
Fino a quel momento, l'influenza tedesca in Boemia non aveva fatto che aumentare. Ma i suoi progressi si arrestarono con l'avvento della casa di Lussemburgo. Benché Giovanni il Cieco avesse trascorso la maggior parte del tempo che regnò sulle grandi strade d'Europa, occupato negli intrighi politici o nelle imprese militari che infine gli avrebbero fatto trovare la morte a cinquant'anni sul campo di battaglia di Crécy, non mancò di introdurre nel proprio governo una gran quantità di gente dei Paesi Bassi, che, come consiglieri o funzionari, fecero conoscere gli usi perfezionati dell'amministrazione francese. Suo figlio Carlo IV, incaricato dal 1333 del governo del paese, continuò e perfezionò l'opera iniziata. Francese di educazione, di gusti e di lingua, questo re di Boemia, che fu al tempo stesso re dei Romani e imperatore, apparve tuttavia ai suoi sudditi cechi come un principe nazionale. Perché ciò accadesse non gli fu certo necessario combattere con metodo l'influenza tedesca, ma gli bastò affrancarsene. Poiché la Boemia era il centro della sua potenza, si adoperò per metterla in grado di svilupparsi da sola. Nel 1348, fondava a Praga la prima università dell'Europa centrale, sul modello di quella di Parigi, e si fece un vanto di abbellire la città di monumenti che le diedero un aspetto da capitale, di cui invano si sarebbe cercato l'uguale per tutto l'impero. La sua amministrazione efficace e intelligente, favorendo lo slancio economico del paese, vi fece nascere, accanto alla borghesia tedesca, una borghesia locale. Tutto ciò spiega la popolarità del suo governo e il fatto che dal suo regno dati il risveglio di un sentimento nazionale che ben presto avrebbe provocato in Boemia una reazione contro gli elementi germanici introdotti nel paese dalla colonizzazione del tredicesimo secolo.
Questa popolarità si manifestò con impeto sotto suo figlio Venceslao (1378-1419) al momento dell'esplosione dell'hussitismo. Giovanni Hus è rimasto per i Cechi, come Lutero per i Tedeschi, un eroe nazionale. In un certo senso, lo è addirittura di più. Infatti, mentre non tutti i Tedeschi hanno seguito Lutero, tutti i Cechi hanno seguito Hus. Il conflitto religioso che ha scatenato in Boemia, si è sovrapposto al conflitto delle nazionalità in contrapposizione. I Tedeschi si sono schierati in favore del cattolicesimo, i Cechi, in favore dell'eresia e, man mano che questa si diffondeva tra loro, hanno perseguitato gli stranieri come intrusi e infedeli. La guerra che hanno dovuto sostenere per difendere la propria religione ha finito per diffondere fra loro l'avversione nei confronti della Germania. Infatti è dalla Germania che venivano quelle armate di cavalieri che prima Giovanni Ziska, e poi Procopio, fecero tante volte a pezzi. Non ci si può impedire di accostare lo stato d'animo degli Hussiti a quello dei rivoluzionari francesi della fine del diciottesimo secolo. Gli uni e gli altri lottano per il loro ideale contro lo straniero e, in entrambi, il sentimento nazionale si spiritualizza attraverso la convinzione che lo sostiene e lo muove.
Il confronto si impone, tanto più che l'hussitismo prese ben presto atteggiamenti rivoluzionari. I Taboriti, lo si è visto, aspiravano a un rinnovamento completo, non solo della Chiesa, ma della società. Abbandonati dagli Utraquisti, poi vinti da loro, dovettero sottomettersi. Il "Compattato" (1434), negoziato con il Concilio di Basilea, fu un compromesso alquanto ambiguo che, mentre riconciliava la Boemia con la Chiesa, le lasciava un'autonomia religiosa che nessuno giudicò prudente definire. D'altronde, buona parte della nobiltà, che, spaventata dalla violenza dei Taboriti, era tornata al cattolicesimo, approfittò delle circostanze per allargare i propri territori con i beni ecclesiastici confiscati e per imporre la schiavitù alle masse rurali.
Sigismondo, fratello e successore di Venceslao, poté infine prendere possesso del proprio regno. Non aveva figli, e alla sua morte, nel 1437, suo genero Alberto d'Austria gli succedette, tanto in Boemia che in Ungheria. Ma fu riconosciuto soltanto dai cattolici e dagli Utraquisti. I pochi Taboriti rimasti diedero la corona a Casimiro di Polonia. Non era ancora arrivato il momento della riunificazione definitiva della Boemia con i territori degli Asburgo. Alberto fu ucciso nel 1439 in una campagna contro i Turchi e un nobile ceco, Giorgio Podiebrad, in un primo tempo governatore in nome del figlio postumo del re, Ladislao, ricevette la corona alla morte di questi, nel 1457. Il paese diventava quindi una monarchia nazionale e indipendente. Ma sarebbe stato soltanto un breve intermezzo, nella sua storia dolorosa.
All'incirca nella stessa epoca in cui l'influenza tedesca diminuisce in Boemia, diminuisce anche in Polonia, in seguito ad avvenimenti di natura completamente diversa. Mentre il territorio della Boemia è nettamente definito dalle montagne che lo circondano, la Polonia, che si stende dall'Oder alla Vistola, nell'immensa pianura attraverso la quale la Russia si prolunga verso il nord dell'Europa, è esposta ai soprusi dei vicini da tutti i lati, salvo che a sud, dove è protetta dai Carpazi. Nessun popolo ha avuto frontiere altrettanto instabili. Come un abito, esse seguono i movimenti della nazione: secondo l'alternarsi del suo vigore o della sua debolezza, talvolta si allargano fino a inglobare ogni sorta di nazionalità eterogenee, o si restringono al punto da non bastare più neanche a contenere la nazione intera.
Boleslao Chrobry (il Valoroso), che nel decimo secolo aveva preso il titolo di re, estese la propria influenza fino ai principati russi del Dnepr, lasciando però ai successori una potenza artificiosa perché non aveva altre basi che la forza di colui che l'aveva creata. Nessuno di loro riuscì a conservarla. Lo stesso titolo regale scomparve alla fine dell'undicesimo secolo e alcuni duchi si spartirono le contrade polacche tra lotte intestine che non presentano alcun interesse per la storia generale, se non quello di spiegare in che modo l'Ordine Teutonico, nel tredicesimo secolo, sia riuscito a impadronirsi della Prussia e a separare la Polonia dal Mar Baltico, senza incontrare resistenza. D'altronde, l'insediamento dei Teutonici è solamente uno dei tanti episodi della potente espansione tedesca che, nella stessa epoca, si diffonde sia in Polonia che in Boemia. L'accoglienza data a questi emigranti fu delle migliori proprio perché il paese usciva dal saccheggio dell'invasione mongola che, traboccando dalla Russia, si era riversata fino alla Slesia per rimanervi a lungo e poi rifluire, alla notizia della morte del gran khan Ogotai (1241). I Tedeschi si stabilirono numerosi soltanto nella Slesia, che da quel momento incominciò a germanizzarsi. Quelli che penetrarono all'interno, vi introdussero la vita urbana e fondarono una borghesia che, protetta da privilegi e dotata del diritto di Magdeburgo, avrebbe conservato per secoli la propria nazionalità. Essa si affiancò agli Ebrei, che le persecuzioni dell'epoca delle Crociate, nell'undicesimo e nel dodicesimo secolo avevano spazzato via dalla Germania e dall'Ungheria, ributtandoli verso la Polonia.
L'introduzione della dinastia boema nella Polonia con Venceslao secondo e Venceslao terzo (1300-1305), ebbe il risultato di ristabilirvi il titolo regale. Alla morte di Venceslao terzo, i nobili chiamarono al trono il duca Vladislao I. Per il paese, suo figlio Casimiro (il Grande) fu pressappoco quello che per la Boemia fu il suo contemporaneo Carlo quarto (1333-1370), alla cui politica è fuor di dubbio che si sia ispirato. Volle fare di Cracovia quel che Carlo faceva di Praga e, sul suo esempio, fondò un'università (1364). Si sforzò di organizzare un'amministrazione regia istituendo una corte centrale di giustizia, un tesoriere, un cancelliere e conformando il proprio governo al modello occidentale adottato dalla Boemia. Ma una monarchia forte può imporsi soltanto facendo leva sui servigi che rende al popolo, coinvolgendolo così nel proprio mantenimento. Nel dodicesimo secolo, i re di Francia avevano controbilanciato il potere dei grandi vassalli alleandosi alla borghesia, ma gli sporadici esempi di borghesia tedesca in Polonia non potevano servire da alleati della corona. In pieno quattordicesimo  secolo, in questo paese completamente agricolo, la nobiltà, per potenza e ascendente, era tanto incompatibile con il governo monarchico, quanto lo era stata, trecento anni prima, quella dell'impero franco. Non che non fosse molto diversa. Nella nobiltà d'Occidente, quel che predomina è la funzione sociale, mentre in quella della Polonia è il carattere giuridico. Qui, a causa di un'evoluzione storica molto più semplice, la nobiltà si ricollega direttamente agli uomini liberi dell'epoca barbara, ne conserva la fierezza e rivendica per sé sola il diritto di formare la nazione. Nella sua visione, non ci sono che contadini-servi che sfrutta e disprezza. Al di sopra di lei non c'è che il re, la cui autorità riconosce, a patto che regni soltanto con lei e per lei. Lo spirito che la anima, e che non ha mai cessato di animarla, è uno spirito di libertà, ma una libertà di casta che sempre più avrebbe dato allo Stato polacco, fino al crollo finale, il carattere paradossale di una democrazia aristocratica.
Così, l'opera sognata da Casimiro, era inattuabile. I suoi tentativi di centralizzazione monarchica, che lo volesse o no, dovevano ridimensionare la nobiltà. Ed essa l'ha capito a tal punto da dargli il soprannome di "re dei contadini", mentre la misera plebe agricola, su cui ha dominato fino ai nostri giorni, ha conservato devotamente nei secoli il ricordo di questo principe che per un attimo le aveva fatto sperare la fine della propria miseria.
Nel 1370, con Casimiro, si estingueva la dinastia dei Piasti. Il suo successore, il re Luigi d'Ungheria, si affrettò a comporre il dissidio con la nobiltà. Le concessioni che le accordò furono le prime di quei Pacta Conventa che, da quel momento, essa fece valere tanto spesso sulla corona, mettendo sempre più nelle proprie mani le sorti del paese. Tuttavia, il primo uso che fece di queste prerogative ebbe come conseguenza un aumento straordinario della potenza polacca.
Casimiro aveva conquistato la Galizia e la Volinia, con cui aveva esteso le frontiere del regno fino al territorio lituano. Dall'inizio del quattordicesimo  secolo infatti, i Lituani delle rive del Baltico, respinti lontano dal mare dall'Orda teutonica, si erano volti a sud; avevano esteso il proprio potere sui principati della Russia occidentale e raggiunto le rive del Mar Nero. Rimasti pagani, a contatto con i loro sudditi ortodossi, incominciavano tuttavia ad assorbirne la religione e la loro futura adesione alla Chiesa greca sembrava certa. Ora, alla morte di Luigi d'Ungheria (1382), la nobiltà polacca, per sottrarsi a suo fratello Sigismondo, offrì al principe Jagellone di Lituania la mano della figlia ultimogenita del re, Elisabetta, a condizione che si facesse battezzare e professasse la fede cattolica. Il patto fu accettato. Jagellone divenne re di Polonia, con il nome di Vladislao secondo e il suo popolo adottò insieme a lui, la religione che egli aveva appena fatta sua. Nello stesso momento, il principato lituano si andava ad aggiungere al regno, pur rimanendo formalmente un principato indipendente (1386)96.
Dopo essersi stabiliti in Prussia, i Teutonici, con il pretesto del paganesimo, avevano condotto contro i Lituani una guerra di sterminio. Abbiamo appena visto, però, come questi barbari non tenessero affatto al loro culto. Ma era più proficuo, e per quanto strano suoni il termine, più divertente, dargli la caccia, perché erano vere e proprie cacce all'uomo quelle che l'Ordine organizzava contro di loro. La voce si sparse in tutta Europa, e i principi e i signori d'Occidente si recavano, come si va per assistere a una gara sportiva, a queste spedizioni che avevano luogo ogni inverno, quando il ghiaccio rendeva praticabili le paludi di quel paese. Una tale degradazione del sentimento religioso e una tale brutalità di costumi mostra a qual punto l'Ordine, a lungo andare, avesse abbandonato lo spirito di proselitismo cristiano e il misticismo eroico dei primi tempi. Il monachesimo militare, creato per combattere l'Islam, non poteva conservare le proprie tradizioni che rimanendo fedele alla missione primitiva, come per i cavalieri di San Giovanni da Rodi, o per quelli d'Alcantara e di Calatrava in Spagna. I Teutonici, invece, così come i Templari, voltate le spalle all'Oriente, si distinsero soltanto per l'accanimento con cui perseguirono fini puramente temporali. La loro regola, rivoltandosi per così dire, contro i sentimenti che l'avevano ispirata all'inizio, si servì della forza di cui li investiva, esclusivamente per volgere le loro energie alla ricerca della fortuna e della potenza. Così come i Templari, dalla metà del tredicesimo secolo, divennero una temibile potenza finanziaria, altrettanto i Teutonici, dopo aver annientato i pagani di Prussia, sfruttarono il paese da "economi consumati". Si può dire che ne furono i primi "agronomi". I loro vasti possedimenti amministrati da grosschaffer alimentavano, con i raccolti di granaglie un notevole commercio d'esportazione di cui Bruges era la tappa principale. Le somme ricavate venivano impiegate in investimenti proficui o in prestiti a interesse. Ma l'Ordine non era che un'oligarchia di cavalieri, il cui orgoglio e il cui egoismo finirono con l'esasperare la popolazione di cui si consideravano i padroni. Dalla fine del quattordicesimo  secolo, le città e la nobiltà delle campagne sopportarono il loro giogo con insofferenza.
Il nuovo re di Polonia non mancò di approfittare di questa situazione. Come Lituano, era nemico giurato dei Tedeschi. Il suo avvento sul trono rendeva inevitabile una guerra con i Teutonici, che infatti scoppiò nel 1409. L'anno successivo, l'armata polacca infliggeva all'Ordine una terribile disfatta a Tannenberg (15 luglio 1410). Per i Teutonici, fu l'inizio della rovina. Le città e la nobiltà non tardarono a sollevargli contro. Nel 1454 si posero sotto la signoria polacca. Finalmente, nel 1466 il gran maestro dell'Ordine si rassegnò a cedere a Casimiro terzo la Prussia orientale con Danzica, Thorn, Marienburg, ed Elbing. Il resto della Prussia manteneva l'autonomia politica, ma faceva ormai parte dello Stato polacco. Nessuno, in Germania, si curò di questa retrocessione dell'influenza germanica. La popolazione, salvo le città della costa, si "polonizzò" rapidamente e la nazionalità slava riprese possesso di quei paesi da cui era stata espulsa nel tredicesimo secolo. La Polonia possedeva ormai un'ampia frontiera lungo il Mar Baltico. A sud confinava con il Mar Nero. Le avrebbe potuto essere riservato un brillante avvenire se, nella stessa epoca, l'avanzata turca non avesse chiuso ai cristiani il commercio dell'Asia. Ma nessuno si interessava allo sviluppo economico. L'avvento di Jagellone era stato per la nobiltà l'occasione per consolidare definitivamente la propria posizione. Il nuovo re le aveva promesso, tra gli altri privilegi, l'esenzione dalle imposte. Lo Stato polacco, sotto lo scettro dei suoi re, diventava decisamente una repubblica nobiliare.
Gli Slavi del sud, Croati, Sloveni, Serbi e Bulgari, offrono uno spettacolo assai diverso dai Polacchi e dai Boemi. La debolezza dei primi li fece passare ben presto sotto la dominazione ungherese che si guardò bene dal concedere loro la minima autonomia politica. I Serbi e i Bulgari, invece, stanziati a sud del Danubio, sul territorio dell'impero greco e inglobati nella sua Chiesa, approfittarono della debolezza di cui soffriva dalla fine del regno di Giustiniano per penetrare nel cuore della Macedonia, e anche in Grecia. Se questi, col tempo, si ellenizzarono, quelli della Macedonia conservarono lingua e costumi propri, come i Germani che avevano occupato il nord dell'impero. Nel decimo secolo, sotto l'imperatore Romano Lacapeno (920- 944) i Bulgari avevano minacciato Costantinopoli e si era stati costretti a pagare loro un tributo. Prima Niceforo Focas (936-969), e poi Giovanni Zimisce e Basilio secondo Bulgaroctono (976-1025) li sottomisero al potere dell'impero. Ma, alla vigilia della quarta Crociata, essi insorsero; e da questa sollevazione nacque il nuovo Impero bulgaro, quello degli Asenidi. Baldovino morì combattendo contro di loro.
Quanto ai Serbi, sotto Stefano Nemanja, scossero il giogo bizantino. Nel 1221 suo figlio Stefano I prende il titolo di re. I suoi successori si allargano a spese dell'impero e dei Bulgari, la cui potenza viene distrutta da Stefano in Urosch. Suo figlio Stefano quarto Duschan conquista tutta la Macedonia, l'Albania e si espande addirittura fino a nord della Sava. Prende il titolo di zar e si fa incoronare imperatore "dei Serbi e dei Romani" (1346). L'Impero, dopo la conquista latina, naturalmente non può più lottare e cerca soltanto di conservare le coste, permettendo che alla propria frontiera si fondi un Impero serbo che certamente si sarebbe insediato sul Bosforo, se l'arrivo dei Turchi non avesse sconvolto tutta la situazione sui Balcani.
Conficcati come un cuneo nella massa slava, gli Ungari, o Magiari, dopo aver a lungo terrorizzato la Germania e anche l'Italia del nord e la Francia occidentale con le terribili scorribande dei loro cavalieri, finalmente erano stati fermati dalle vittorie di Enrico I e di Ottone secondo nella pianura del Danubio. La Chiesa dei vincitori sarebbe diventata la loro Chiesa. Sotto Silvestro secondo erano collegati con Roma, e la creazione dell'arcivescovato di Gran dava loro una metropoli religiosa.
Se c'è un esempio che si possa invocare a dimostrazione dell'irrilevanza della razza nello sviluppo storico, è proprio quello degli Ungari97. Per origine, così come per lingua, questi Finnici imparentati con i Turchi e i Mongoli, sono completamente estranei al gruppo etnografico dei popoli indo-europei. Eppure, non appena hanno preso posto in mezzo a loro e adottato il cristianesimo, nonostante la diversità del sangue che gli scorre nelle vene, dell'indice cefalico e dei caratteri linguistici dell'idioma che parlano, la loro vita sociale si conforma così tanto a quella dei vicini, che sarebbe certamente impossibile, se non lo si sapesse in anticipo, vedere in loro degli intrusi. In realtà, l'elemento fisico dei popoli si subordina completamente all'elemento morale. Ancora barbari e privi di una civiltà propria, gli Ungari avrebbero potuto conservare l'autenticità finnica soltanto conservando la propria religione. Divenuti cristiani, dovevano entrare nella comunità europea e dimostrare di possedere anche loro quella pretesa "facoltà di assimilazione" che certa scuola rivendica alla "razza germanica", ma che in realtà è propria di tutti i barbari.
Giunti sulla pianura del Danubio da conquistatori, sottomisero e ridussero alla schiavitù la popolazione slava del luogo. In questo non c'è niente che possa attribuirsi alla razza. Nel settimo secolo, i Longobardi avevano fatto esattamente la stessa cosa nella Gallia cisalpina. Solo che, meno civilizzati dei vinti, furono rapidamente latinizzati da questi, mentre gli Ungari, a contatto con sudditi non più evoluti di loro, conservarono senza difficoltà la propria nazionalità e rimasero tra loro come popolazione dominante. Come accade in tutte le nazioni agricole, non tardò a formarsi una nobiltà di maggiorenti. Tuttavia, e per le stesse ragioni della Boemia e della Polonia, in Ungheria il sistema feudale non attecchì. Quando Stefano I (997-1038) fu riuscito a eliminare i principi che fino a quel momento si erano spartiti il paese ed ebbe preso, con la corona che gli inviò papa Silvestro, il titolo di re, fu necessario chiamare questi maggiorenti a condividere l'esercizio del potere monarchico. Nel 1222 strapparono al re Andrea il una Bolla d'Oro che sanciva quella situazione politica e riconosceva loro il diritto di riunirsi ogni anno a Stuhlweissenburg insieme ai vescovi e di opporsi, in caso di violazione dei propri benefici. Questa bolla è quasi contemporanea alla Magna Charta dell'Inghilterra. Quanto è istruttivo il contrasto che presentano i due testi! In Inghilterra, dietro la nobiltà, si schierano il clero e la borghesia e la legge che la corona è costretta ad accettare è una legge veramente nazionale. In Ungheria, invece, è una casta che patteggia per sé e che, nella misura in cui salvaguarda i propri interessi, sacrifica a questi il resto del popolo.
Se l'Ungheria avesse avuto una borghesia le cose sarebbero certo andate diversamente. E invece, come le ultime due venute, Boemia e Polonia, rimane indietro, in una situazione economica puramente agricola. Al pari di questi altri due paesi, dal dodicesimo secolo gli unici borghesi, in Ungheria, sono immigrati tedeschi che rimangono stranieri nella nazione, e che i privilegi accordati loro dai re finiscono con l'allontanare da essa. Forse, la conquista della Dalmazia, realizzata all'inizio del dodicesimo secolo, che assicurava all'Ungheria uno sbocco sull'Adriatico, col tempo, attraverso Spalato e Zara, avrebbe potuto dare vita, all'interno del paese, a un movimento commerciale dal quale prendesse forma una popolazione urbana. Ma perché questo accadesse, occorreva vivere in pace. Ora, il contatto del paese con i numerosi vicini suoi confinanti: Boemia, Polonia, Germania, Slavi del sud e Impero bizantino, senza contare Venezia, gelosa di conservare il dominio dell'Adriatico, la faceva vivere in uno stato di guerra continua, ora da una parte, ora dall'altra. A est, l'Ungheria si apriva sul territorio indefinito della barbarie asiatica e doveva respingere o sottomettere orde di Peceneghi e, più tardi, di Cumani, provenienti dalla Russia meridionale. Inoltre, doveva difendersi da quel popolo fatto di Slavi e di Finnici mescolati ai discendenti degli antichi coloni romani della Dacia, di cui finirono con l'adottare il dialetto romancio e che un giorno avrebbero formato la Romania.
Questa società così sballottata rischiò di venire distrutta dall'invasione mongola. Da nessuna parte, fatta eccezione per la Russia, le incursioni furono tanto spaventose quanto sulla pianura del Danubio. Quando l'orda si fu ritirata, si dovette, per così dire, ricolonizzare il paese di sana pianta. Il re Bila quarto (1235-1270) fece del suo meglio, chiamando Italiani e facendo venire altri Tedeschi per aumentare il numero di coloro che, già da prima, si erano stabiliti in Transilvania, dove si trovano ancora. Nel 1245 viene fondata Buda. Alcuni Italiani introdussero la coltura della vite. I Rumeni si sparsero per la pianura come lavoratori agricoli. Una trentina d'anni dopo, l'Ungheria era ridiventata abbastanza forte da poter dare appoggio a Rodolfo d'Asburgo, contro Ottocaro di Boemia e arrestare, a beneficio della Germania, l'espansione minacciosa dei Cechi.
Ben presto si rese conto che gli Asburgo, divenuti suoi vicini, l'avevano inclusa nei propri piani dinastici. Alla morte di re Ladislao IV, che non lasciava figli, Rodolfo d'Asburgo, disponendone come di un feudo dell'impero, la diede al figlio Alberto. Ma da quando papa Silvestro secondo aveva inviato la corona a Stefano, i papi consideravano l'Ungheria come un feudo della Santa Sede, e Nicola quarto ben presto la rivendicò per Carlo Martello, figlio di Carlo secondo di Napoli, e cognato di Ladislao. Per sottrarsi a questi stranieri, i maggiorenti diedero la corona ad Andrea terzo, discendente dalla dinastia nazionale, e poi, alla sua morte, nel 1301, riconobbero il figlio di Carlo Martello, Carlo Roberto (1308-1342). Così, questa dinastia francese degli Angiò, che il papato aveva posto sul trono di Napoli in opposizione agli Hohenstaufen, in Ungheria veniva insediata, in opposizione agli Asburgo, e vi sarebbe rimasta fino al 1382, contribuendo ampiamente a "occidentalizzare" il paese. Il grande re di questa casata fu Luigi (1342-1382) che occupò la Moldavia abbandonata dai Mongoli, sottomise la Croazia e costrinse i Veneziani a cedergli le coste e le isole dell'Adriatico fino a Durazzo.
La sua politica è indice delle risorse e dell'ambizione di un grande re, ma la sua grandiosità è insensata. Poiché suo fratello Andrea, consorte della regina Giovanna di Napoli, era stato assassinato, organizzò due spedizioni contro quel regno. A questa politica italiana, si affianca la politica al nord, perché, come abbiamo visto, egli fu re di Polonia, cosicché il suo raggio d'azione andava dalla Vistola all'Adriatico e al Mar Nero.
Contemporaneo di Carlo quarto e Casimiro di Polonia - e l'accostamento è curioso - anch'egli agì come loro. Fondò un'università a Funfkirchen. I costumi raffinati della corte incominciarono a diffondersi tra i notabili del regno. Per la Boemia, la Polonia e l'Ungheria, la metà del quattordicesimo  secolo è un'epoca interessante per l'influenza, non direi francese, ma occidentale, che si sostituisce all'influenza tedesca del tredicesimo secolo.
La situazione di Luigi non era destinata ad avere futuro. Senza figli, egli aveva fondato un'opera immensa e altrettanto fragile. La Polonia passò a Jagellone. Un parente angioino, Carlo di Durazzo, fu assassinato nel 1387 e Sigismondo di Lussemburgo, che aveva sposato Maria, figlia di Luigi, venne finalmente riconosciuto come sovrano.
Fu un regno sventurato. Incominciano a comparire i Turchi. Qualsiasi politica verso l'Adriatico diventa ora impossibile. I titoli di re dei Romani e d'imperatore ottenuti dal re di Ungheria non hanno il potere di salvare il paese. Al contrario, lo trascinano nella guerra contro gli Hussiti. I progetti per indire un concilio, lo si è visto, si spiegano con il pericolo turco, ma non servono a niente.
Alla morte di Sigismondo, nel 1437, Alberto d'Austria che ne aveva sposato la figlia Elisabetta, si cinse della corona d'Ungheria; morì prematuramente nel 1439, senza avere avuto il tempo di consolidare la sovranità asburgica su quel paese, la cui storia, da quel momento e per molto tempo, si sarebbe confusa con quella dell'avanzata turca.
L'impressione d'insieme che emerge dalla storia degli Slavi e degli Ungheresi fino alla metà del quindicesimo secolo, può essere formulata dicendo che, se queste popolazioni si sono inserite nella comunità cristiana, in compenso sono rimaste pressoché estranee alla comunità europea. È mancata loro quell'iniziazione alla civiltà romana che l'impero carolingio ha trasmesso ai Germani. Non hanno vissuto, al pari di questi ultimi, sotto quel regime teocratico dove l'alleanza stretta fra potere spirituale e potere temporale ha fatto di questo il propagatore dell'amministrazione, del diritto, della scienza e delle lettere di Roma, di cui la Chiesa era ancora depositaria. L'impero degli Ottoni, troppo presto e in maniera troppo esclusiva orientato verso l'Italia, ha rinunciato a sottomettere questi popoli alla propria influenza e la penetrazione occidentale presso di loro si è compiuta soltanto tramite i suoi vescovi e i suoi monaci. Ma, abbandonati alle loro sole forze, spogliati di ogni potere politico e situati troppo lontano dai centri della vita religiosa, la loro azione è necessariamente rimasta assai superficiale e non è andata oltre l'ambito del culto e della disciplina. Non si trova, presso questi popoli, né l'organizzazione della grande proprietà terriera, né il feudalesimo; essi non partecipano né alla lotta per le investiture, né alle Crociate. Per loro, l'unica conseguenza di questa grande epopea è stata quella di dare rifugio nelle proprie regioni agli Ebrei, braccati al di là dell'Elba dai fedeli di Cristo. Poi, quando la vita economica dell'Occidente si anima sotto l'influenza del commercio e i borghesi incominciano a disseminarsi tra il Mediterraneo e il Mare del Nord, la portata di questo grande movimento gli si rivela per l'afflusso improvviso della colonizzazione tedesca. Rimasti alla loro vecchia organizzazione agricola, cedono all'urto; indietreggiano lungo l'Elba davanti agli invasori, a cui consentono di prendere dimora nelle proprie terre e di fondare città che, in seno alla comunità nazionale, rimangono come isole straniere. Con l'arrivo di questi nuovi elementi, che li disprezzano, ma di cui hanno bisogno, si apre un'epoca di germanizzazione superficiale che dura fin verso la metà del quattordicesimo  secolo. A questo punto, e pressappoco nello stesso periodo, si incomincia a notare una reazione di cui Carlo quarto in Boemia, Casimiro I in Polonia e Luigi I in Ungheria sono gli strumenti. La penetrazione tedesca cessa, e in questi tre paesi si assiste a un risveglio di vigore nazionale. Sotto forme assai diverse, l'esplosione dell'hussitismo in Boemia, la conquista della Prussia da parte della Polonia, l'avanzata dell'Ungheria verso l'Adriatico, ne sono manifestazioni evidenti. Sembra giunto il momento che Slavi occidentali e Ungheresi prendano parte attiva alla civiltà europea. Ma i Turchi avanzano attraverso la Penisola dei Balcani ed essi devono reggerne l'urto, volgersi verso est e difendere questa civiltà occidentale, anziché incominciare a darle il proprio contributo.



CAPITOLO QUARTO La Spagna. Il Portogallo. I Turchi.

1. La Spagna e il Portogallo.

Le Crociate avevano affrontato l'Islam nel suo centro. Il mondo maomettano circondava la Palestina da tutte le parti e per resistere e controbilanciarne la spinta su questo lembo di costa senza essere scaraventati in mare, sarebbe stato necessario dar prova di un vigore offensivo di cui l'Occidente, a questa distanza e con le risorse di cui disponeva, non era capace. Così, dopo aver perduto le posizioni conquistate dallo slancio della Prima Crociata, si sforzò invano di riprenderle. Dopo San Luigi, il Levante, che aveva cessato di essere una base di operazioni militari, divenne e rimase, fino alla scoperta del Nuovo Mondo, la tappa del commercio europeo verso l'Oriente.
In Spagna, la situazione dei Musulmani e dei Cristiani era tutt'altra. Qui, le possibilità di questi due avversari erano molto meno impari. Si affrontavano su un campo di battaglia ben delimitato e, in caso di sconfitta, entrambi avevano la facoltà di ripiegare all'indietro e di riparare alle perdite, in attesa di nuovi combattimenti. In queste condizioni, la vittoria, alla fine, sarebbe andata a chi avesse conservato più a lungo la forza aggressiva, vale a dire ai più poveri, e quindi, agli Spagnoli. Infatti, la fede, da sola, non basta a spingerli alla guerra. Il desiderio vivissimo di possedere le belle città e le belle campagne frutto dell'industria e dell'agricoltura musulmana, in insolente contrasto con l'asprezza delle loro montagne, rende più bruciante l'odio per l'infedele. La spinta contro l'Islam, almeno all'inizio fa pensare a un'invasione di barbari. Ma questi barbari sono cristiani, e ciò impedirà loro di fondersi con i vinti, come i Germani hanno fatto un tempo, con le popolazioni romane. La razza non c'entrava affatto. I Turchi, nel decimo e undicesimo secolo, malgrado l'origine mongola, si sono ben amalgamati con la civiltà semitica degli Arabi di Bagdad. Niente prova che se gli Spagnoli fossero stati pagani come loro, al momento del contatto con l'Islam, non si sarebbero anch'essi convertiti. Di fronte ai pagani, la superiorità materiale è, per le civiltà evolute, il più potente mezzo di propaganda religiosa. Di fronte agli adepti di una fede straniera e intollerante, invece, il loro splendore e la loro ricchezza rinforzano ed esasperano fino all'odio l'antagonismo confessionale perché assumono la connotazione di un'empietà, di un'offesa al vero Dio. Con questi presupposti, poiché razzia e saccheggio sono giustificati a priori, gli istinti più brutali possono scatenarsi liberamente senza inquietare le coscienze. Il dovere, il sentimento, l'interesse, si alleano nei cristiani di Spagna, per muoverli alla guerra santa. Guerra santa in tutta la forza del termine perché il suo scopo non è la conversione, ma il massacro o la cacciata degli infedeli. Non c'è traccia, negli Spagnoli, di quella tolleranza che lascia ai sudditi cattolici dei Musulmani, i Mozarabi, il libero esercizio del culto. Il loro fanatismo religioso è così integrale da non disarmare neanche di fronte all'abiura e da rendere invincibile la diffidenza che in loro ispirano i Moriscos (Musulmani battezzati). Non basta essere cristiani; bisogna essere "cristiani di vecchia data", e ciò significa "di vecchio ceppo spagnolo", a tal punto che la nazionalità diventa la prova dell'ortodossia e il sentimento, confondendosi con la fede, si impregna della sua intransigenza e del suo ardore.
Abbiamo visto che, dalla metà dell'undicesimo secolo, i Mori, incapaci di resistere alle armi vittoriose dei cristiani, avevano chiamato alla riscossa gli Almoravidi del Marocco. La battaglia di Sabacca (1086) aveva arrestato lo slancio degli Spagnoli, ma non l'aveva spezzato. Se per un secolo la guerra non presenta più grandi azioni militari, si fa notare tuttavia per un accanimento ininterrotto. Le prodezze degli eroi alimentano le "romanze" che, all'incirca nella stessa epoca in cui l'epopea feudale francese si esprime con la Chanson de Roland, esaltano la gloria del Cid Campeador, morto nel 1099, lo stesso anno della presa di Gerusalemme. Mentre Orlando diventava una grande figura della letteratura europea, il Cid è rimasto una gloria locale. Il fatto è che l'attenzione dei contemporanei, attratta dallo spettacolo più altisonante delle Crociate, nel dodicesimo secolo, non si è curata della guerra di Spagna così come avrebbe fatto nel 1812, attratta dalla campagna di Russia. E tuttavia, così come è in Spagna che ha avuto inizio il declino di Napoleone, altrettanto è la Spagna ad aver procurato al cattolicesimo del Medio Evo le uniche vittorie durature sull'Islam. Se i cristiani avessero unito gli sforzi contro il nemico comune, queste vittorie sarebbero state più rapide e decisive. Ma sfortunatamente i re di Castiglia e d'Aragona, continuamente in lotta gli uni con gli altri o costretti a difendersi contro le pretese della nobiltà, rendevano quanto mai facile al nemico risollevarsi dai colpi che gli infliggevano e prendersi una rivincita. Nel 1195, l'emiro Iacub Almansor riportava ad Alarcos una vittoria così strepitosa sul re Alfonso ottavo di Castiglia, che per un attimo si temè una catastrofe generale. Ma il papato, nei suoi piani di guerra santa, non aveva mai perduto di vista quell'ala destra della cristianità che era la Spagna. Innocenzo terzo intervenne immediatamente. Istigò i fedeli ad armarsi della croce, inviò denaro ed estese la sua protezione ai re insulari. Pietro il d'Aragona venne a farsi incoronare da lui e riconobbe il proprio regno come feudo della Santa Sede. Grazie alle esortazioni di Roma, questa volta l'Aragona, la Castiglia, il Leon, il Portogallo unirono le forze. Nel 1212 la battaglia di Las Navas di Tolosa vendicava la disfatta di Alarcos e spezzava la resistenza musulmana.
Da quel momento, l'avanzata dei cristiani è inarrestabile e definitiva. Giacomo secondo d'Aragona (1213-1276) approda alle Baleari e nel 1238 occupa Valenza. Fernando terzo di Castiglia, nel 1236, si impadronisce di Cordova e, nel 1248, di Siviglia. Nel frattempo Alfonso terzo di Portogallo si annette lo Algarve, dando al regno le dimensioni che ha conservato fino a oggi. Di tutti i possedimenti di Spagna, all'Islam rimane solo il territorio di Granada, ancora sottomesso al vassallaggio della Castiglia.
Man mano che si allargavano a spese dei Mori, espandendosi a sud, gli Stati spagnoli, così numerosi all'inizio, diventavano più compatti perché si aggregavano gli uni agli altri. Le Asturie, la Galizia e il Leon (1230) si univano alla Castiglia; la Catalogna si annetteva all'Aragona. La Navarra, passata a una dinastia francese e troppo chiusa tra le montagne per poter ancora competere con i suoi vicini più fortunati, si confina in un'esistenza locale. Il Portogallo, che il grande sviluppo delle coste e il corso dei fiumi Duero e Tago orientano prevalentemente a ovest, volta per così dire le spalle alla Penisola che Castiglia e Aragona si spartiscono. Di questi due regni, il primo ha dimensioni di gran lunga più vaste, ma il secondo ha una posizione migliore e per questa ragione è entrato assai prima in contatto con l'esterno. Non penso qui agli importanti feudi che la dinastia aragonese possiede da lungo tempo a nord dei Pirenei. Questi, non potevano che trascinarla in conflitti perduti in partenza con i re di Francia, e Giacomo secondo ebbe il buonsenso di cederli a San Luigi in cambio della sua rinuncia alla signoria sulla Catalogna (1258). Quel che avvicinò l'Aragona all'Europa, dandole, dal quattordicesimo  secolo, un carattere meno spiccatamente spagnolo rispetto alla Castiglia, è la posizione sulle rive del Mediterraneo, e la spinge anche a prendere posto nel commercio del Levante che è, per antonomasia, il grande commercio del Medio Evo. Barcellona non tardò a impegnarsi sulla via aperta da Venezia, Pisa e Genova, e i marinai del quattordicesimo  secolo si incontrano con quelli italiani e provenzali nei porti della Siria e dell'Egitto. È questa attività marittima, assai più che la parentela di Pietro terzo (1276-1285) con Manfredi ad attirare l'Aragona nelle questioni della Sicilia e a far sì che la Spagna, dal 1285, venisse a occupare questo regno, punto nevralgico della politica europea, da dove più tardi avrebbe esteso il proprio potere sul resto dell'Italia. Con i suoi successori, l'espansione mediterranea del regno prosegue. Alfonso terzo (1285-1291) conquista tutto l'arcipelago delle Baleari, che, dopo essere stato per qualche tempo un regno vassallo, sotto Pietro quarto (1336-1387) sarebbe stato annesso alla corona. Alfonso quarto (1237-1336) lotta contro Genova per il possesso della Corsica e della Sardegna. Sotto Alfonso quinto, nel 1443, viene conquistato il regno di Napoli. Così, l'Aragona è una potenza mediterranea. È lei ad aver aperto alla Spagna, che i Pirenei separano dall'Europa, l'unica via attraverso cui poterla raggiungere, la via del mare. Si pensi a quello che sarebbe stato il regno di Carlo quinto se non avesse trovato, nella propria eredità, la Sicilia.
Pertanto, la vera Spagna non è l'Aragona, ma la Castiglia. È lei la protagonista più importante e più gloriosa della guerra contro i Mori, lei che ne può rivendicare gli eroi più popolari - il Cid, nell'undicesimo secolo, Perez de Castro, nel tredicesimo - e le "romanze" che ne cantano le gesta, anche quelle appartengono a lei. Qui la nobiltà è più numerosa e più influente che altrove. Qui si sono formati la lingua e il carattere nazionale. Naturalmente, intrattiene anche rapporti con l'estero. I suoi porti sul Golfo di Guascogna praticano un cabotaggio abbastanza attivo verso le coste di Fiandra, e nel 1280 i suoi mercanti ottengono a Bruges il riconoscimento di determinati privilegi. Ma né il suo commercio, né la sua flotta possono reggere il confronto con quelli di Barcellona. Non c'è da stupirsi, perciò, che i suoi re non vengano attirati nell'orbita della grande politica europea come quelli d'Aragona. Si è visto che, dopo essersi lasciato indurre per un'ambizione alquanto singolare ad acquistare il titolo di re dei Romani, Alfonso decimo(1252-1284) non è riuscito a trarne alcun vantaggio. I conflitti dinastici che contraddistinguono il regno di Sancio quarto (1284-1295), attaccato dagli infanti della Cerda, hanno provocato un intervento, anche se sfortunato, del re di Francia; più tardi, Pietro il Crudele (1350-1369), sostenuto da Du Guesclin, farà alleanza con il Principe Nero contro il suo rivale Enrico di Trastamare. Pressappoco a questo si riduce la storia esterna della Castiglia, prima del momento in cui la Spagna, divenuta all'improvviso una grande potenza, si riverserà sul mondo. Fino alla fine del quindicesimo secolo, la sua azione è strettamente contenuta entro i confini della Penisola.
Qui, non si è limitata a combattere i Mori. Confinando a ovest con il Portogallo e a est con l'Aragona, con questi paesi si è trovata ininterrottamente coinvolta in conflitti che la parentela tra le famiglie regali fomentava di continuo, ora in occasione della reggenza di un principe minorenne, ora a proposito della legittimità dell'erede al trono. Sono queste continue controversie tra gli Stati cristiani a far sì che il regno di Granada sopravviva, nonostante la propria debolezza. Gli capitò addirittura di prendervi parte, prolungando così contese che gli erano molto utili.
Nonostante le lotte dinastiche, Castiglia, Aragona e Portogallo presentano una somiglianza che colpisce, un'aria di famiglia, che l'analogia della loro storia spiega assai bene. Salvo che in Catalogna, a cui il predominio di Barcellona ha conferito un carattere speciale, ancora evidente ai nostri giorni, sono presenti le stesse istituzioni e gli stessi raggruppamenti sociali. La nobiltà essenzialmente militare conserva a lungo, rispetto alla monarchia, un atteggiamento altero e arrogante, e il diritto dei nobili di Spagna a tenere il capo coperto in presenza del sovrano, più tardi, sotto la monarchia assoluta, ne sarà il ricordo innocuo, ma significativo. Per contrastare questa nobiltà di ricos hombres e di hidalgos i sovrani dall'inizio del tredicesimo secolo, si appoggiano alla borghesia. Come per i re di Francia da Luigi settimo in poi, è stato l'interesse politico a dettare loro la condotta da tenere a questo riguardo. Ma l'alleanza tra le città e la corona è stata assai più stretta e duratura in Spagna che non in Francia. Perché? Forse perché in Spagna la nobiltà è più arrogante. Quel che i borghesi si aspettano dal re è la pace, la sicurezza sulle grandi vie di comunicazione. Per ottenerle, anche loro, come le città tedesche, fondano delle leghe (hermandades), che appoggiano al tempo stesso il potere giudiziario del re; colpisce infatti vedere a qual punto in questi sovrani predomini il ruolo di giustiziere. Sotto Alfonso decimo, viene redatto per la Castiglia il Codigo de las siete pardidas. Giacomo secondo d'Aragona è rimasto famoso come legislatore. Al re Dionigi di Portogallo (1279-1325) è rimasto il soprannome di el justo. Pietro I (1357-1367) viene celebrato per la severità inflessibile. Contro la nobiltà militare, la borghesia ha dunque aiutato con tutte le forze la monarchia nel ruolo di custode del diritto e della pace pubblica. Le hermandades sono state, per così dire, una polizia volontaria al servizio del re contro i banditi e i malfattori. È ovvio che le città, così strettamente partecipi dell'esercizio del potere regio, ottennero ben presto di entrare nelle Cortes, dove, dal tredicesimo secolo, i loro deputati siedono accanto a quelli della nobiltà e del clero. Le lotte dinastiche che nel quattordicesimo  secolo hanno turbato la Spagna, hanno fornito alle Cortes un'ottima occasione per ingerirsi ulteriormente nel governo e - soprattutto in Aragona, dove le città sono più influenti che altrove - per imporre, non una volta sola, concessioni che ricordano molto da vicino quelle che sono state strappate ai principi dei Paesi Bassi, nella stessa epoca. Ma la loro influenza si è limitata a questo. La Spagna non ha superato più degli altri Stati quel dualismo politico dove, il principe da una parte e gli ordini privilegiati dall'altra, trovandosi a confronto, scendono a compromesso. Il parlamentarismo, la collaborazione dei due elementi, all'inglese, non sono stati introdotti qui più che altrove. In queste lotte costituzionali del quattordicesimo  secolo, la questione delle imposte ha fatto la sua parte, come dappertutto. L'imposta castigliana per antonomasia, l'alcalaba - tassa sulle vendite e sugli acquisti - è stata concessa per la prima volta da Burgos ad Alfonso undicesimo (1312-1350), in occasione di una spedizione contro Algesiras. Da allora, a poco a poco si è diffusa in tutto il paese.
Lotte dinastiche e contestazioni politiche hanno così tanto occupato i sovrani spagnoli che, durante il quattordicesimo  secolo e per quasi tutto il quindicesimo, si sono pressoché astenuti dal riprendere la guerra contro i Mori di Granada. In compenso, si arricchiscono e sviluppano il commercio. Le campagne incominciano a coprirsi di montoni e la lana spagnola, nel commercio del nord, fa concorrenza a quella inglese. L'esportazione aumenta notevolmente in direzione dei Paesi Bassi e l'allevamento dei montoni inizia a dare alla Castiglia il suo aspetto caratteristico, e arricchisce la nobiltà. Il ferro di Bilbao, l'olio d'oliva, le arance, le melagrane, anch'essi sono oggetto di un transito in aumento verso il nord. Bruges rimane il centro d'attrazione di questo commercio. Nella prima metà del quindicesimo secolo, la nazione spagnola vi è rappresentata quasi quanto la Hansa. C'è un orientamento economico verso il nord di cui bisogna tenere conto e nel quale non si può fare a meno di vedere una preparazione all'alleanza dinastica che nel 1494 avrebbe legato i Paesi Bassi alla Castiglia.
Ma allo stesso tempo, sulla costa portoghese dell'Atlantico, ha inizio un'altra espansione; questa, però, cambierà l'avvenire del mondo. Di fronte all'Algarve si stende la costa marocchina, dove lo zelo religioso induce a portare la lotta contro l'Islam. Il figlio del re Giovanni I, Enrico il Navigatore (1394-1460), nel quale la curiosità si mescolava allo spirito di apostolato cristiano, ha dedicato la vita a organizzare e dirigere spedizioni marittime che aprono la storia grandiosa delle scoperte. Nel 1415, aveva partecipato alla spedizione del padre contro Ceuta, e alla presa della città. Che cosa c'era oltre? Quale mondo sconosciuto si nascondeva dietro al Capo Bojador, che nessuno aveva ancora mai doppiato? La navigazione era ormai abbastanza progredita da potersi arrischiare in alto mare. Nel 1420, un naviglio da lui inviato scopriva le isole Madera, un altro, nel 1431, le Azzorre. Nel 1434, il Capo Bojador veniva doppiato. Prima di morire, nel 1460, Enrico potè venire a conoscenza anche della scoperta delle isole del Capo Verde e della costa del Senegambia. La strada dell'emisfero meridionale era aperta. L'Oceano Atlantico, che fino a quel momento era sembrato l'estremo confine dell'universo, stava diventando la via per un universo nuovo.
Così, alla metà del quindicesimo secolo, ancor prima del matrimonio di Ferdinando e Isabella, che avrebbe unito per sempre la Castiglia all'Aragona, la Spagna ha assunto nel mondo una posizione di cui né a lei né ad altri è ancora dato di vedere il futuro, ma che la prepara al ruolo che svolgerà. Attraverso Barcellona e la Sicilia, si è introdotta nelle questioni del Mediterraneo, attraverso i porti del Golfo di Guascogna, con il suo commercio raggiunge il nord, e si è appena lanciata sull'Atlantico. Il suo potere frammentato non è ancora molto rilevante, ma nessun altro Stato, neanche Venezia, ha un'espansione pari alla sua. E se insieme a questo si pensa che il popolo è temprato dalla guerra contro l'Islam, che ha una profonda fiducia in se stesso, che è un popolo militare, che è un popolo marittimo, si può immaginare quale nuovo fattore di forza sia sul punto di prendere parte alla vita europea.

2. I Turchi.

Il solo risultato dell'impero latino, improvvisato a Costantinopoli dalla quarta Crociata, era stato quello di affrettare lo sfacelo dello Stato bizantino. Nella maggior parte delle isole del Mare Ionio e lungo le coste, si erano istituiti fondachi veneziani e genovesi. Alcuni principati feudali, il ducato d'Atene e il ducato di Acaia, si spartivano la Grecia. I Bulgari e i Serbi si erano impadroniti della Tracia e della Macedonia. Dei possedimenti europei dell'impero, non restava altro che Costantinopoli, Salonicco, Adrianopoli e Filippopoli, quando Michele settimo Paleologo, nel 1261, vi ristabilì la dominazione greca. Dall'altra parte del Bosforo, in Asia Minore, dove i Latini non erano penetrati, l'impero conservava invece l'Anatolia occidentale con Brussa, Nicea e Nicomedia.
Questo Impero era evidentemente destinato a sfaldarsi. Sfruttato da Venezia e da Genova, aveva perduto qualsiasi vitalità economica e non era più in grado di far fronte alle immense spese necessarie alla sua difesa. Estinguendosi, l'industria e il commercio avevano dato spazio alla supremazia dei grandi proprietari, assai simile a quella formatasi in Occidente dopo la caduta dell'impero. Così come lo presentavano gli eventi sotto il regno di Michele ottavo (1261-1282), l'impero sembrava destinato a diventare quanto prima oggetto di un triplice smembramento. Dalla Sicilia, Carlo d'Angiò ambiva alla Grecia e ne preparava la conquista alla luce del sole; i Serbi, allargandosi a nord, non nascondevano l'ambizione di impadronirsi di Costantinopoli, e infine, in Asia Minore, c'erano i Turchi! La catastrofe dei Vespri Siciliani, alla quale non furono estranei gli intrighi di Michele ottavo, mise fuori causa gli Angioini. Li costrinse ad abbandonare le mire sull'Oriente per far fronte ai rivali aragonesi. Dal punto di vista europeo, fu una grande disgrazia. La formazione, a sud dell'Italia, di uno Stato abbastanza potente da sottomettere la Grecia alla propria influenza, sarebbe stata la miglior salvaguardia contro l'avanzata turca. Infatti era sicuro che gli Slavi dei Balcani non sarebbero bastati da soli ad arrestarla. Poiché in ogni caso, l'impero greco non era più in grado di difendersi da solo, l'essenziale era di impedire che venisse strappato alla comunità europea e cristiana. Ma quasi sempre la politica di uno Stato si preoccupa esclusivamente degli interessi immediati e attuali. Michele ottavo considerò un trionfo, per Bisanzio, il disastro subito da Carlo d'Angiò.
I Turchi, barbari d'origine finnica, dal decimo secolo erano stati, per il califfato di Bagdad, pressappoco quello che i Germani, sei secoli prima, erano stati per l'impero romano. La brillante civiltà dell'Islam era troppo fragile per sostenere il contatto di questi rudi neofiti, che ne accolsero soltanto qualche carattere del tutto esteriore e rimasero, in mezzo a quella, sostanzialmente contadini e soldati. Tuttavia, meno si politicizzarono, più si lasciarono prendere da uno zelo per la nuova fede che, animandoli contro gli infedeli, contribuì necessariamente a mantenere in loro lo spirito militare. La grande invasione mongola del tredicesimo secolo, che devastò con tanta violenza l'Asia Anteriore, li rigettò sui monti dell'Armenia. Ne ridiscesero ben presto, al comando di Othman, per diffondersi verso ovest, nell'Asia Minore, preda che fu facile strappare alle deboli mani dei successori di Michele Paleologo. Brousse (1326), Nicomedia e Nicea (1330) caddero sotto il potere dell'invasore. All'Impero non restava più niente dei suoi possedimenti asiatici. E gli intrighi politici in cui si dibatteva aggravavano ancor più la sua impotenza. Dopo la morte di Andronico terzo (1341) il grande sovrintendente della casa, Cantacuzene, approfittava della minore età di Giovanni quinto per vestire la porpora e al fine di resistere contro i Bulgari e i Veneziani che la corte chiamava alla riscossa, si rivolgeva ai Turchi e li faceva passare al di qua del Bosforo. La conquista dell'Europa seguì immediatamente alla conquista dell'Asia. Murad I prendeva Adrianopoli nel 1352, Filippopoli nel 1363, sconfiggeva i Serbi nel 1371, li respingeva in Macedonia ed entrava a Sofia nel 1362. Confinati entro le mura di Costantinopoli, i Greci abbandonavano agli Slavi la difesa della Tracia. Nel 1387 i Serbi riportavano qualche successo in Bosnia, ma due anni dopo, perdevano la sanguinosa battaglia di Kossovo (15 giugno 1389) nella quale perivano il loro principe Lazar e il sultano vincitore. La resistenza sembrava infranta. Bajazet (1389-1403), figlio di Murad, sottomise la Bosnia, la Valacchia, la Bulgaria, la Macedonia e la Tessaglia. Quasi tutta la Penisola dei Balcani fino al Danubio non era più che un'appendice del mondo musulmano. La croce si ergeva ormai soltanto sulle cupole di Costantinopoli e di Salonicco, sulle montagne dell'Albania. Le frontiere dell'Ungheria, e con esse quelle della Chiesa latina, erano minacciate. Finalmente si prestò ascolto agli appelli disperati dei Paleologhi. Bonifacio nono predicò la Crociata. Sigismondo di Lussemburgo chiamò alle armi gli Ungheresi e i Tedeschi. In Francia, il duca di Borgogna, Filippo l'Ardito, indubbiamente tanto per risollevare il prestigio della casata quanto per spirito cristiano, inviò il figlio Giovanni (senza Paura) alla testa di una brillante cavalleria per combattere l'infedele. Tutti questi sforzi fallirono a Nicopoli, di fronte alla tattica sconosciuta e alla veemenza dei Turchi (12 settembre 1396). Sembrava che per Costantinopoli stesse per suonare l'ultima ora. Ma una nuova e inaspettata invasione mongola la ritardò soltanto di una cinquantina d'anni.
Ancora una volta, e fortunatamente l'ultima, dopo Attila e Gengis Khan, un barbaro di genio, Tamerlano, scatenava una fiumana di orde gialle. Le sue conquiste erano state fulminee come quelle degli spaventosi distruttori, di cui era degno di far rivivere il ricordo. Era giunto fino al Volga, aveva sottomesso con il terrore la Persia, l'Armenia e infine quella culla di tante civiltà stratificate, la Mesopotamia, che da allora non si è più risollevata dalla devastazione che egli le inflisse. L'Impero turco era minacciato. Bajazet, che aveva appena intrapreso l'assedio di Costantinopoli, lo tolse immediatamente per correre alla difesa dell'Asia Minore. I due barbari si incontrarono nel 1402 ad Angora e colui contro il quale non avevano retto gli Europei, fu sconfitto dai Mongoli (20 luglio 1402). Ma la potenza di Tamerlano fu breve quanto era stata improvvisa. Morto lui (1405), i popoli piegati al suo giogo si risollevarono tra i cumuli di rovine. Solimano, figlio di Bajazet (1402-1410) riuscì a rimettere insieme i rottami della Turchia asiatica. Quello sarebbe stato il momento, per i cristiani, di lanciare l'offensiva. Ma l'imperatore Manuele si accontentò di un trattato che gli restituiva Salonicco con qualche isola e decretava il matrimonio di una delle sue nipoti con il sultano. Il tributo preteso dai Greci e dai Serbi era abolito. Si volle credere che il pericolo fosse scomparso, come se una sconfitta di un popolo barbaro potesse mai avere conseguenze più durature del tempo a lui necessario per sostituire i guerrieri caduti sul campo di battaglia con forze fresche. Uno solo sarebbe stato il modo per fermare i Turchi, quello cioè, di guadagnarli alla civiltà occidentale; ma l'islamismo che professavano lo rendeva addirittura impensabile. Così, la catastrofe momentaneamente allontanata, non tardò a farsi più minacciosa che mai. Murad secondo (1421-1451) riapparve sotto le mura di Costantinopoli, riprese Salonicco, e nonostante l'eroismo di Giorgio Castriota (Scanderbeg) in Albania e di Giovanni Hunyadi sulle frontiere ungheresi, la dominazione turca, dopo la battaglia di Varna (1444), fu ristabilita su tutta la Penisola dei Balcani.
Questa volta, la sorte di Costantinopoli era inevitabile. Quale soccorso aspettare dall'Europa, dove la Francia e l'Inghilterra erano sfinite dalla Guerra dei Cent'anni, la Germania travagliata dall'Hussitismo, la Chiesa in preda alle dispute tra il papa e i Concili? L'unione della Chiesa greca alla Chiesa latina, che l'imperatore Manuele permise a Eugenio sesto di proclamare nel 1439, attirò a mala pena l'attenzione dell'Occidente e non ebbe altro risultato che di esasperare il volgo bizantino e il clero ortodosso, decisi a essere turchi, piuttosto che papisti. Nei Paesi Bassi, il duca Filippo il Buono parlava sì, di Crociata, ma non partiva e quand'anche fosse partito!... Per salvare Costantinopoli, non era certo una spedizione militare, per quanto potente, che avrebbe potuto dare qualche risultato. Di fronte a un nemico come quello Turco, sempre in grado di portare dall'Asia forze nuove e di sostenere la guerra a basso costo, grazie alle masse vigorose di tutta una nazione guerriera, quel che sarebbe servito era una potente e permanente base militare lungo il Bosforo, nelle isole e sul Danubio. Quale Stato, nelle condizioni politiche ed economiche del tempo, avrebbe avuto la capacità di organizzarla, di sostenerne le spese e di assicurarne il mantenimento? Per quanto rozzi, i Turchi, nell'arte militare, erano almeno pari agli Occidentali. Avevano vascelli da guerra, artiglieria, cavalleria senza eguali, la foga brutale e il fanatismo eroico dei primitivi. D'altra parte, gli Stati più interessati a combatterli, quand'anche avessero disposto di una maggiore potenza, o non volevano, o non potevano farlo. I Veneziani non pensavano che a difendere i propri fondachi. La Germania frammentata era incapace di qualsiasi sforzo. Abbandonò gli Ungheresi al loro destino, e che cosa potevano fare, questi, se non limitarsi a difendere le proprie frontiere? Quanto ai Serbi e ai Bulgari, erano sfiniti. Quando Maometto secondo, nel 1452, cinse d'assedio Costantinopoli, nessuno venne in aiuto della città. Era fatale che cadesse. E non bisogna rimproverare all'Europa di essersene disinteressata. Lo sforzo che avrebbe dovuto fare era troppo grande. Lo sentiva. Dal momento che l'impero bizantino non era stato in grado di difendere l'Asia Minore contro i Turchi, Costantinopoli era perduta. Non ci si stupisca dunque se gli Occidentali non diedero ascolto a Enea Silvio Piccolomini (Pio secondo) e a Nicola V. Sapevano bene che bisognava rassegnarsi all'inevitabile. Almeno l'onore fu salvo. Costantino undicesimo pose fine degnamente alla lunga serie degli imperatori che si ricollegavano direttamente agli imperatori romani di cui continuavano a portare il titolo. Il giorno dell'assalto, il 29 maggio 1453, morì combattendo. L'indomani, nell'infuriare del saccheggio e del massacro, il vincitore entrava nella basilica di Santa Sofia e la trasformava in moschea, omaggio inconscio di un barbaro alla civiltà superiore sulla quale aveva trionfato.
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FINE Parte 4.